Introduzione a “Omicidio dietro le quinte” di Roger Torrey – di Walter Catalano

di Walter Catalano

TorreyRoger Torrey, autore quasi ignoto al lettore italiano, è poco ricordato anche negli Stati Uniti dove aveva pubblicato fra il 1933 e il 1946, anno della morte, un romanzo e circa 280 storie. Eppure se scorriamo i sommari di Black Mask, Dime Detective e Detective Fiction Weekly, i pulp più prestigiosi che diffusero la Hard-Boiled-School, la Scuola dei Duri – chiave di volta innovativa del poliziesco, in cui l’azione prevale sulla detection attraverso il realismo sociale, che dalla fine degli anni ’20, aveva rivoluzionato il mondo del Mystery, spodestando definitivamente il “giallo” deduttivo all’inglese – possiamo renderci conto di come questo nome dimenticato, affiancasse da pari a pari quelli ormai classici degli autori più eminenti del genere, tutti suoi amici intimi e compagni di scuderia e soprattutto di bevute: Dashiell Hammett, Raymond Chandler, Carroll John Daly, ecc.

Ricorda Ron Goulart nella sua bella introduzione a Bodyguard and Other Crime Dramas, una delle poche raccolte di storie di Torrey ancora reperibili: “Alcuni scrittori Hard-Boiled, come Raymond Chandler, si affidavano soprattutto all’immaginazione per inventare storie di investigatori privati tosti e di bassifondi. Altri, come Dashiell Hammett, recuperavano in larga misura esperienze di prima mano, avendo lavorato in agenzie investigative. Sebbene non sia mai stato un detective, Roger  Torrey aveva però una dimestichezza considerevole con la parte sbagliata della città. Come Hammett e Chandler era anche lui un ubriacone e proprio l’alcolismo lo uccise prima dei cinquant’anni…”. “Lui e Roger Torrey – ricordava la figlia di Carroll John Daly – erano amici per la pelle; una volta chiesero in prestito quindici dollari a Dashiell Hammett. Ma erano ubriachi fradici e lui non dette loro niente. Così gli frantumarono la finestra di vetro smerigliato”. Anche Steve Fisher – autore di crime-novels di successo come I Wake Up Screaming o sceneggiature di importanti Film Noir come Dead Reckoning o Lady in the Lake – testimonia: “Scrivevo fino all’una del mattino o anche più tardi, e poi, fin troppo spesso, lo incontravo in un bar di New York… bevevamo fino all’ora di chiusura alle 4 di mattina e qualche volta prendevamo un taxi per attraversare l’Holland Tunnel fino in New Jersey, dove i bar restavano aperti fino alle 6…”

Probabilmente la ragione della minorità di Torrey rispetto ai suoi colleghi va cercata proprio nella sua dedizione compulsiva e smodata all’alcol e al gioco d’azzardo: una produzione narrativa, pur qualitativamente rilevante, non paragonabile a quella di Hammett e Chandler, un solo romanzo, bello ma unico: 42 Days for Murder (il titolo si riferisce ai 42 giorni di residenza necessari, nello stato del Nevada, per ottenere il divorzio), poi una certa stanchezza  con risultati altalenanti da rivista a rivista. “Non dico che Torrey scriva bene come Hammett – ha confessato il collega Ewan Lewis – ma trovo nella sua prosa lo stesso sapore delle migliori storie del Continental OP di Hammett”. Il più gradito complimento però glielo avrebbe fatto Tom Roberts della Black Dog Books – casa editrice statunitense specializzata nel recupero dei pulp – scrivendo che leggere un testo di Torrey è come ascoltare una storia raccontata da qualcuno seduto accanto a te al banco di un bar. Solo tredici anni di attività letteraria, la dedizione assoluta all’Hard-Boiled che gli impedì, una volta finita la moda dei duri, di passare al più psicologico noir degli anni ’40, e seguire le orme di un altro suo grande amico e collega: Cornell Woolrich. Ma Torrey non scriveva noir. La morte prematura poi gli impedì di partecipare negli anni ’50, dopo il definitivo tramonto delle riviste pulp e il sorgere dei paperback, alla rinascita dell’Hard-Boiled lanciata da Mickey Spillane, al confronto del quale lui sarebbe apparso un gigante.

“Un tipetto piccolino ma tosto, duro come i personaggi che era così bravo a ritrarre nei suoi racconti” – così lo descrive il collega scrittore di polizieschi Frank Gruber – Roger Torres,  nome cambiato in Torrey nel 1932, con l’avvio della sua carriera letteraria, per accentuare la sua pretesa discendenza irlandese (questo almeno se prendiamo per buona la non troppo attendibile testimonianza del compagno di sbronze Tom McNamara, che, quando non potevano permettersi bevande migliori, era solito scolarsi insieme a Torrey una lozione dopobarba fortemente alcolica chiamata Lilac Vegetal…), era nato il 5 Maggio 1901 a Cadillac nel Michigan. Dopo il divorzio dei genitori la madre Rose, si trasferì con la sorella minore Elleonor, a  Klamath Falls in Oregon, dove si risposò con Harry W. Poole, proprietario di teatri nella zona. Dopo tre anni di High School, il servizio militare a 16 anni nei Royal Rifles Canadesi, studi irregolari all’Università dell’Oregon e vari lavori saltuari (un anno in banca, poi operaio in una segheria e tagliaboschi, manovale e camionista), iniziò a suonare il piano e l’organo nei teatri conservando l’occupazione per tutto il periodo del cinema muto. “Questa attività mi condusse su e giù per la West Coast e poi ad est fino a Tulsa, in Oklahoma – racconta in un breve profilo autobiografico – ma per la maggior parte del tempo stavo a San Francisco e a Los Angeles”, mentre suonava al Chiloquin Theatre, detto negli anni ‘20 “la piccola Chicago”, il diciannovenne Roger Torrey esplorò i bordelli e i nightclub, le bische e le sale da biliardo, si ingraziò suonando jazz nei saloon, impiegati e clienti la metà dei quali erano sbirri, l’altra metà malviventi: così prese il vizio dell’alcol e del poker ma studiò dettagliatamente la fauna umana da cui avrebbe estratto i suoi futuri personaggi. Con l’avvento del cinema sonoro il suo business entrò in crisi e Torrey tentò di sistemarsi borghesemente: acquistò un negozio di confezioni e si sposò. Nel 1932 sia il matrimonio che la bottega erano già falliti. Mettendo a frutto le esperienze precedenti, iniziò allora a scrivere e, bruciati tutti i ponti dietro di sé, si trasferì a New York.

Torrey entra nel mondo del pulp dalla porta principale: è infatti il Capitano Joseph Shaw, padrino di Hammett prima e di Chandler poi, che lo accoglie sul numero del Gennaio 1933 di Black Mask, la rivista migliore del settore, con il racconto Police Business. Da principio il suo protagonista è Dal Prentice, un tenente di polizia della California del sud, amaro e alcolizzato; poi nel Gennaio dell’anno seguente introduce il primo detective privato, George Kileen; nel 1937 appare il personaggio più autobiografico, Shean Connell, un pianista di piano bar che occasionalmente risolve casi come poliziotto privato, e che avrà l’onore di essere protagonista del suo unico romanzo 42 Days for Murder. Shaw apprezza il realismo e la durezza dei personaggi descritti da Torrey e gli compra 13 storie fra il 1933 e il 1934 e altre 10 prima di lasciare la direzione della rivista nel 1936 (anche qualche anno dopo, quando compilò l’antologia definitiva The Hard-Boiled Omnibus per Simon & Shuster, Shaw, in atto di omaggio a  Torrey volle inserire il racconto Clean Sweep dal numero del Febbraio 1934 di Black Mask). La dipartita di Shaw non intacca però minimamente la posizione dello scrittore, che vende ancora almeno due dozzine di racconti a Black Mask, prima del suo abbandono nel 1942.

Non è però solo Black Mask la palestra del suo talento: anche Dime Detective, un’altra delle più importanti riviste del pulp classico poliziesco, gli pubblica, fra il 1934 e il 1941, almeno undici storie. Torrey, oltre che con il suo nome, firma anche sotto vari pseudonimi: Sam Drake, Samuel Drake, John Ryan, R.D. Torrey. I suoi personaggi hanno l’autenticità della strada e un tocco di ombroso fatalismo,  portano nomi diversi, ma rappresentano essenzialmente la stessa figura: un investigatore privato, spesso un ex sbirro o un uomo legato al background dello show business, preferibilmente un musicista, di ascendenza irlandese, in gamba ma non infallibile, tosto ma non superomistico, non particolarmente cinico ma semplicemente pragmatico, un tipo a posto tutto sommato anche se non del tutto estraneo né all’imbroglio, né alla libidine: le prende sode quando il destino è contro di lui, una bella donna lo può spesso raggirare, ma in ogni circostanza porterà sempre il caso a conclusione, con la determinazione di un segugio, e alla fine acchiapperà comunque il colpevole.

Dopo il 1938, a causa della flessione generale del mercato editoriale, dei nuovi orientamenti noir che trascurano l’Hard-Boiled e delle eccessive e pressanti richieste di denaro da parte di Torrey, gli editori cominciano a rifiutare le sue storie e a limitare le collaborazioni con lui. Quando partecipa al primo incontro del The Mystery Writer’s of America, l’associazione che dovrebbe tutelare gli interessi degli operatori del settore, è Torrey a suggerire quello che diventerà lo slogan del MWA: “Il crimine non paga… abbastanza”. Così l’autore è costretto ad aprirsi spazi di mercato ad un livello inferiore ed inizia a contribuire ai pulp cosiddetti Spicy, cioè piccanti: a base di donnine poco o per niente vestite, scene sessuali e violente più esplicite, perversioni, sadismo, lesbismo, scurrilità e political uncorrectness in campo razziale e sessuale. La Trojan Publishing Corp. – l’unica casa editrice di pulp che prende nome da una marca di profilattici, diretta da Frank Armer e, in rigoroso segreto, da Harry Donenfeld, ufficialmente produttore della DC Comics  – lo accoglie a braccia aperte.  Torrey inizia a collaborare con Spicy Detective Stories, Private Detective Stories, la poco longeva Romantic Detective e, più tardi, la versione leggermente più castigata di questa, Speed Detective, a fianco di autori come Robert Leslie Bellem o Edgar Hoffman Price (e molti altri sotto pseudonimo). Per Spicy Detective sono accertate solo cinque storie, tutte firmate sotto lo pseudonimo di John Ryan (in realtà dovrebbero essere molte di più); per Private Detective fornisce più di settanta storie e almeno un’altra mezza dozzina per Romantic Detective. Nella prima metà degli anni ’40 rialza un po’ il livello collaborando con otto storie a Hollywood Detective e varca le soglie perfino della rinomata Detective Story, forse solo perché l’editor Daisy Bacon apprezza il suo stile e ignora l’ostracismo degli editori: “Lui e Jonathan Latimer – dichiarò l’energica signora – avevano un bel tocco, antiquato ma concreto, nell’affrontare il sesso che a quasi tutti gli altri mancava”.

Al meeting del Mystery Writer’s of America, Torrey, oltre ai colleghi Earle Stanley Gardner, Anthony Boucher, Rex Stout e Dorothy B. Hughes, aveva conosciuto anche una biondina, Helen Ahern, anche lei scrittrice, su pulp romantici per lo più, e anche lei con forte inclinazione all’alcol. Cominciarono a frequentarsi e, dopo poco, Helen venne a condividere la stanza di hotel in cui Torrey abitava. Steve Fisher ci racconta il loro ménage familiare: “A tutti e due piaceva bere. Ma il liquore costa. Così Roger stabilì una regola. I loro tavoli da lavoro erano uno di fronte all’altro, sedevano ognuno davanti alla propria macchina da scrivere dandosi le spalle e il primo che terminava la storia che stava scrivendo poteva farsi un bicchiere. L’altro era obbligato ad aspettare di aver finito a sua volta. Helen non riusciva mai a scrivere velocemente come Roger e quel bastardo allora si spaparanzava sul pavimento e beveva prendendola in giro per la sua lentezza…”. La coppia presto lasciò New York e prese casa a Fort Lauderdale in Florida, “mandavano le loro storie a New York – continua Fisher – guadagnavano abbastanza per vivere e anche per sbronzarsi. Erano felici. Così mi disse Helen. Forse il primo e unico momento di felicità per Roger”. Non durò a lungo. Il dottore aveva proibito a Torrey di continuare a bere, il suo fegato non avrebbe retto. Lo scrittore riuscì a resistere per un mese intero senza alcol, ma poi ricadde nell’abitudine. Una debolezza che gli fu fatale. L’11 Gennaio del 1946 – è sempre Fisher a raccontarcelo – Roger disse ad Helen di non sentirsi bene, chiese una tazza di tè e si sdraiò sul divano. Lei gli portò il tè, lui la ringraziò e appoggiò la testa al cuscino. “Prendimi la mano, bambina, perché sto morendo” – disse. Helen gli prese la mano e la tenne stretta e Roger, proprio come un personaggio dei suoi racconti, chiuse gli occhi per l’ultima volta.

da Carmillaonline, pubblicato il 10 marzo 2017 · in Interventi ·

Le “doppie” Variazioni Gernsback – di Gian Filippo Pizzo

Le “doppie” Variazioni Gernsback (a proposito dell’Urania questo mese in edicola)

Articolo di Gian Filippo Pizzo

COP_urania_1643_coverNel febbraio del 2014 è stata pubblicata dalle Edizioni della Vigna l’antologia Le Variazioni Gernsback: storie di fantamusica, curata da me con Walter Catalano e Luca Ortino e con le traduzioni di Roberto Chiavini, oggi riproposta in versione ampliata da Urania (n. 1643, giugno 2017).

Qualche mese prima ci eravamo trovati per una delle nostre solite riunioni – in realtà quasi una scusa per una cena in compagnia – con lo scopo di trovare un titolo alla raccolta, che per il resto era a posto, con traduzioni già riviste e materiale consegnato. Mentre ci lambiccavamo il cervello per trovare qualcosa che agganciasse sia la musica che la fantascienza, con idee improponibili tipo “Rapsodie cosmiche” o “Sinfonie galattiche”, ci è venuto in mente un termine musicale meno usato ma coerente, “Variazioni”, pensando ovviamente alle Variazioni Goldberg di Bach. Da lì all’assonanza tra Goldeberg e Gernsback – Hugo, il creatore della SF moderna – il passo fu breve: il titolo era trovato! Piacque subito, a tutti, al titolare delle Edizioni della Vigna Luigi Petruzzelli, poi anche a Giuseppe Lippi per la rinnovata edizione su Urania, e dobbiamo veramente ringraziare Petruzzelli per aver concesso di usare ancora una volta quel titolo.

Per l’edizione mondadoriana dell’antologia bisognava fare numerosi cambiamenti, non essendo proponibile un Urania composto quasi totalmente da scrittori italiani; molto a malincuore abbiamo dovuto rinunciare a tre racconti (e sostituirne un quarto con un altro dello stesso autore), non perché fossero inferiori ma perché in qualche modo ci sono sembrati meno adatti (e in maniera diversa ciascuno dagli altri). E dalla nuova edizione abbiamo eliminato anche un racconto straniero, quello di Douglas Smith, anche in questo caso solo perché abbiamo ritenuto di aver trovato di meglio. Un ulteriore problema è stato costituito dal fatto che avevamo un budget molto risicato e non potevamo acquistare tutti i racconti che avremmo voluto, per cui abbiamo dovuto cercare qualcosa di adatto tra le opere fuori diritto e affidarci al buon cuore di alcuni autori che ci hanno concesso di utilizzare i loro scritti gratis. Alla fine ci sembra che il risultato, da questo punto di vista, sia notevole: c’è un equilibrio quasi perfetto tra racconti italiani e stranieri, tra autori contemporanei e classici, e anche tra fantascienza pura e fantastico. L’ordinamento dei racconti nell’antologia rispecchia questa alternanza.

Uno dei racconti da integrare al quale abbiamo subito pensato era “Il professore di violino” di Lloyd Biggle jr., apparso in Italia solo una volta e moltissimi anni fa, su un Galaxy del 1960. Lo abbiamo ripresentato con il titolo “Non serve il bastone” e questo merita una spiegazione: il titolo originale è “Spare the rod” ed è la prima parte di un proverbio inglese che prosegue con and spoil the child, traducibile come “se non usi il bastone vizierai il bambino”, il cui equivalente italiano potrebbe essere “il medico pietoso uccide l’ammalato”. Poco da dire sugli altri racconti aggiunti: Hoffmann è un classico, Spinrad una garanzia, Henry St. Whitehead un autore di Weird Tales (amato da Lovecraft) che stiamo rilanciando in altri volumi (Terrore nero presso Fratini e Il culto del teschio per La Ponga), come pure è una riscoperta Karl Hans Strobl (segnalatoci da Alessandro Fambrini e già apparso nell’antologia Der Orchideengarten pubblicata da Hypnos), mentre Sean McMullen è una nostra validissima scoperta. A titolo di curiosità (e per chi voglia integrare le letture sull’argomento) segnaliamo che tra i racconti papabili c’erano anche “La voce del violino” di Vernon Lee, reperibile in antologie dell’autrice, “La Nona sinfonia di Ludwig van Beethoven e altre canzoni perdute” di Carter Sholz (in I mondi del possibile, Nord 1993), e “Un cantante morto” di Michael Moorcock (Robot n. 24, 1978), anche se ci sarebbero molte altre opere in tema. A queste scelte ha partecipato anche Roberto Chiavini, che quindi è stato cooptato come curatore assieme agli altre tre.

Le Variazioni GernsbackLa versione mondadoriana dell’antologia ha una bella introduzione di Giuseppe Lippi e di corredo un corposo saggio sui rapporti tra musica e letteratura fantastica di Walter Catalano, entrambi però non hanno sottolineato una caratteristica di questa raccolta. E’ ovvio che se un autore scrive di musica, sia pure in forma narrativa, deve avere una certa conoscenza e una passione per quest’arte, e dai racconti traspare; in particolare gli italiani – che hanno prodotto i loro scritti appositamente – si sono focalizzati sull’aspetto che più interessava loro, variando dalla musica classica al rock/blues e mettendo in campo strumenti e compositori diversi. Ma in questo caso si va addirittura oltre e il rapporto tra gli autori e la Prima Arte è molto più stretto. Prendiamo ad esempio Giovanni Burgio: docente universitario di entomologia e scrittore per passione, è anche un bravo pianista dilettante e ha scritto una serie di racconti con protagonisti vari virtuosi dello strumento (nell’antologia versione Della Vigna aveva dedicato il suo racconto “Il linfoma Hodgkin e l’immortalità dell’anima” a Dinu Lipatti, in questa l’abbiamo rimpiazzato con “Il paradosso Glen Gould”, precedentemente apparso nell’antologia Ambigue utopie [Bietti, 2010]). Prendiamo Lloyd Biggle: noto in Italia, dove sono stati pubblicati molti suoi romanzi, solo come scrittore di fantascienza la sua professione principale era però quella di docente universitario proprio nel campo della musica, insegnava infatti Letteratura Musicale alla Università del Michigan, dove si era laureato in musicologia, e suonava il clarinetto; altri suo racconti fantastici con sfondo musicale sono raccolti in The Metallic Muse (1972). E che dire di Danilo Arona, che alterna la sua creatività tra la scrittura horror e il suonare la chitarra in un gruppo rock/blues (qui ci racconta di un suo personaggio ricorrente e forse alter ego, lo scrittore e musicista Morgan Perdinka, presente anche nel suo ultimo bel romanzo Land’s End)? Anche Sean McMullen, notissimo e pluripremiato scrittore australiano fin’ora sconosciuto in Italia, è stato un musicista professionista, chitarrista e cantante dedicatosi principalmente al folk celtico e irlandese e all’electric folk. E così Norman Spinrad, che oltre a scrivere un altro bellissimo racconto in tema, “Little Heroes”, ha composto musica elettronica, è presente come vocalist in tre album e ha scritto testi per canzoni, in particolare per il gruppo francese Heldon. E pure il titolare delle Edizioni della Vigna, Luigi Petruzzelli, è un ottimo pianista. Per finire, naturalmente, con E.T.A. Hoffmann, di cui non si può dire se sia stato più famoso come compositore o come scrittore, anche se oggi è questa seconda attività la più nota. Insomma, per molti la narrativa fantastica e la musica come due facce della stessa personalità.

Un’ultima notazione. L’antologia nella primitiva versione comprendeva 11 racconti, di questi ne abbiamo eliminati 5 e mantenuti 6; la versione su Urania ne aggiunge altri 8 per un totale di 14. Si può quindi dire che siano abbastanza diverse da giustificare, per un appassionato, un doppio acquisto…

Gian Filippo Pizzo

da Andromeda, 5 giugno 2017

La Variazioni Gernsback (2) – recensione di Daniele Barbieri

LE IMPERDIBILI «VARIAZIONI GERNSBACK», VERSIONE DUE

Urania porta in edicola un’ottima antologia di fantamusica

Ovviamente troverete i numi della musica – Beethoven e Chopin, per capirsi – che tutte/i conosciamo (magari solo di nome?) ma anche i meno prevedibili Chet Baker e Philip Glass. Spaziando dall’antica liuteria ai Beatles e al rock “infernale” ecco 14 racconti di eccellenti sonorità: sto parlando di «Le variazioni Gernsback», antologia di “fantamusica” che Urania manda in edicola – 290 pagine per 6,50 euri con una copertina azzeccata – curata dal Gruppo Maelstrom ovvero Walter Catalano, Roberto Chiavini, Luca Ortino e Gian Filippo Pizzo.

I racconti che mi hanno esaltato (anche a rileggerli) sono 4: l’originalissimo «Sinfoniade» di Giulia Abbate, l’unica donna presente; «La musica della sfera» di un Norman Spinrad diversissimo dai suoi “canoni”; il tenerissimo «With a Litthe Help from Her Friends» di Michael Bishop; e «Il paradosso Glenn Gould» di Giovanni Burgio. Dopo questo quartetto, che secondo me “svetta” fin quasi alle stelle, chiarisco che sono belli quasi tutti gli altri, ovvero «Sempre dal lato mancino» di Franco Ricciardello, «Rigenerazione» di Bruno Vitiello, «I colori dei maestri» di Sean McMullen (debole nel finale), «Il ritorno di Sam Hain – l’antefatto» di Danilo Arona (anche in questo caso forse la conclusione è un po’ tirata via), il classico ritrovato cioè «Il cavaliere Gluck, un ricordo dell’anno 1809» di un E. T. A. Hoffmann molto citato e non altrettanto letto, «Einstein on Mars» del duo Stefano Carducci e Alessandro Fambrini.

Mi hanno convinto a metà i restanti 4: «Non serve il bastone» di Lloyd Biggle che è divertente e poco più; «Il circuito Macaley» dell’allor giovane Robert Silverberg è un racconto quasi indegno di lui; «Le pavane di Ravel» (di Henry S. Whitehead) è datato 1946 ma con stile “ottocentesco” e banale; mentre «Il maestro Jericho» di Karl Hans Strobl mi è parso prevedibile quasi dalla seconda pagina. Se fossi stato uno dei curatori avrei bocciato gli ultimi due, non mancano di certo testi più validi.

A completare il volume la postfazione di intitolata «Musica e fantastico: relazioni aliene» di Walter Catalano che probabilmente avrebbe voluto 50 pagine invece di neanche 9, il che spiega un po’ di assenze. Non per competizione ma per informazione vi rimando a un testo simile nell’impianto di Erremme Dibbì (ovvero scritto da me con Riccardo Mancini) ma più lungo e dunque inevitabilmente più articolato: con il titolo Cercando la migliore acustica dell’universo lo trovate anche in “bottega”.

Come spiega Giuseppe Lippi nella breve introduzione, questa antologia recupera titolo e idea di un volume uscito nel 2015 presso le Edizioni Della Vigna togliendo e aggiungendo titoli. Sarà inevitabile la confusione bibliografica ma in definitiva… importa poco. Però mi hanno incuriosito le “discordanze” fra la versione 2015 e quella attuale del bellissimo racconto di Giulia Abbate; così mi sono chiesto – e ora domando a chi può rispondermi – se è stata l’autrice a modificarlo (a me sembrava migliore nella prima versione, per questo sono un filino stupito) o se la nuova Urania ha ripreso i vizi della “vecchia” targata Fruttero-Lucentini cioè di prendere i testi e adattarli ai suoi schemi.

da La Bottega del Barbieri 20 giugno 2017

 

“Eymerich risorge” di Valerio Evangelisti – recensione di Gian Filippo Pizzo

L’EYMERICH DI VALERIO EVANGELISTI A QUOTA 11

di Gian Filippo Pizzo

 

Valerio Evangelisti
Eymerich risorge
Mondadori, “Omnibus”, p. 279, € 20.
Veramente bello questo ultimo romanzo di Valerio Evangelisti dedicato all’Inquisitore Eymerich, uno dei migliori della serie. Evangelisti aveva fatto morire il suo personaggio sette anni fa per dedicarsi ad altro, cioè alla trilogia de Il sole dell’avvenire, un potente affresco del mondo contadino e rurale tra Emilia e Romagna fra il 1875 e il 1950 sullo sfondo del potere terriero, dell’industrializzazione e del fascismo, con in primo piano la nascita del socialismo e del sindacalismo: un quadro storicamente ben documentato e non privo di azione e avventura che mostra come la divisione dei movimenti contadini e operai in partiti politici dalle mille sfaccettature sia stata causa del malessere che ancora oggi affligge la nostra società. Un’opera da leggere sia per la vividezza con cui sono descritti personaggi e situazioni ma anche per capire meglio il nostro presente.

Sebbene Evangelisti sia un convinto sostenitore della validità della narrativa di genere, come dimostrano gli altri suoi cicli dedicati ai Pirati e al cowboy/stregone Pantera, come tanti altri grandi narratori si era stancato del suo personaggio più noto, appunto padre Nicolau Eymerich, e lo aveva fatto morire dopo una certamente lunga militanza nel decimo libro della serie, Rex tremendae maiestatis, appunto nel 2010. Ma come altri grandi narratori – il Conan Doyle di Sherlock Holmes è l’esempio più noto, ma ce ne sono anche altri – sull’onda della richiesta popolare è stato costretto a farlo rivivere. Appunto in questo undicesimo romanzo della serie, Eymerich risorge, di cui diciamo subito che il titolo scelto dalla Mondadori è in parte ingannevole: infatti non è che l’Inquisitore Generale di Aragona resusciti, semplicemente l’autore racconta una sua avventura precedente, quindi nella cronologia interna questo romanzo precede Rex tremendae maiestatis.

L’avventura mantiene lo schema cui siamo abituati: un lungo e pericoloso viaggio che dalla Catalunya attraversa tutta la Provenza (con sosta ad Avignone per incontrare il Papa Gregorio XI) per giungere in un Piemonte teatro della guerra tra i Savoia e i Visconti di Milano, nelle Alpi che con il freddo gelano i corpi e anche le anime. Il motivo di questo viaggio è la ricerca di un consigliere del Re d’Aragona, Francesc Roma (personaggio realmente esistito, come tanti altri che l’Autore mette in scena) sospettato di eresia e di complottare con movimenti eretici quali quelli dei Valdesi e anche dei Catari (ammesso che questi ultimi non siano stati tutti già decimati) per combattere lo sfarzo e il potere temporale del Papato e riportare la Chiesa alla povertà delle origini come vorrebbero i seguaci di San Francesco, cui Eymerich non lesina rimproveri, sostenendo che proprio a causa dei Francescani siano nate tutte le eresie pauperistiche. Infatti a fare da motivo conduttore della ricerca è anche il simbolo del Tau adottato da Francesco, qui visto però sotto altre angolazioni e interpretato in maniera diversa da quella cattolica. Infatti, com’è sua abitudine, Evangelisti infarcisce la sua narrazione di una serie di allegorie e speculazioni tra il religioso, il filosofico e lo storico, mettendo in campo il simbolo del Bafonetto e disquisendo sugli ordini dei Templari e degli Ospedalieri. Tutto storicamente documentato e argomentato in maniera molto plausibile.

Altri personaggi del romanzo sono il fido aiutante padre Jacinto Corona, che chissà per quale motivo era stato accantonato in una precedente storia e qui ricompare, come pure lo scienziato Frullifer, pure lui già presente in altri romanzi, che in un tempo futuro sia a quello di Eymerich (per l’esattezza siamo nel 1375) che al nostro compie delle scoperte che in qualche modo si riverberano nel passato. Oppure è il passato che si ricollega al futuro, non come fenomeno mistico ma come avvenimento pseudo scientifico: quelle che il Magister Eymerich giudica manifestazioni demoniache hanno in realtà un’altra spiegazione. Infatti normalmente Evangelisti ripartisce le sue storie su tre piani temporali – il Trecento, la nostra contemporaneità e un futuro più o meno lontano – in cui accadono fenomeni che alla fine confluiranno in un’unica soluzione. In questo caso però abbiamo il Medioevo, un futuro abbastanza prossimo, quello di Frullifer, peraltro qui non molto sviluppato (e da tempo sosteniamo che questa ambientazione, con la sua guerra totale e la contrapposizione tra poteri economici opposti e il ruolo della povera gente, meriterebbe un romanzo autonomo) e un lontanissimo futuro con estratti da un “Vangelo della Luna” in cui si parla di un non meglio identificato “Magister”: appellativo che viene normalmente dato a Eymerich…
E poi prelati e frati, eretici (spesso per ignoranza), soldati e mercenari, contadini e povera gente, e i Cagot, misteriosi esseri umani paria della società (che nella realtà storica vissero prevalentemente nei Pirenei), in una serie di incontri e scontri di gran livello emozionale dai quali emerge la figura di un Nicolas Eymerich reso appena un po’ più debole dall’età ma sempre fieramente padrone delle sue convinzioni. A proposito delle quali c’è un altro personaggio del quale parla spesso, cioè il filosofo Raimondo Lullo (morto nel 1316) che egli giudica eretico, e infatti in questo romanzo riesce a ottenere da Gregorio XI i documenti per poterne condannare la dottrina: peccato però che nella realtà storica Ramon Lull sia stato canonizzato e anzi, con grande soddisfazione dei cattolici Catalani che da secoli perseguono questo fine, proprio in questo 2017 è prevista la sua santificazione.

In conclusione, se gli ultimi romanzi del ciclo potevano essere sembrati un po’ stanchi e ripetitivi, questo convince appieno. E anche se questo giudizio può derivare da una sorta di astinenza, non cambia niente!

da La Bottega del Barbieri 20 giugno 2017

COME SI SCRIVE FANTASCIENZA, 11 – di Giulia Abbate

Documentarsi? Una questione di metodo

di Giulia Abbate

Secondo post dedicato alla documentazione, per una fantascienza plausibile e una scrittura a prova di lettura!

Sul blog Penna Blu ho trovato una bella categorizzazione dei vari tipi di documentazione, in un post come sempre molto curato: Come documentarsi per scrivere un romanzo?.
Per farla breve, Daniele Imperi distingue i vari tipi di documentazione in questo modo (il commento riepilogativo è mio):

  • Documentazione propedeutica di genere
    (Non scrivere gialli se non hai mai letto Sherlock Holmes).
  • Documentazione di base
    (Se ambienti una storia in Giappone devi sapere qualcosa in più oltre al continente nel quale ti trovi)
  • Documentazione continua
    (Invece che riempirti di tuttologia prima di scrivere, impara a cercare informazioni man mano che ne hai bisogno.)
  • Documentazione creata ex novo
    (World building: se scrivi fantascienza o fantasy devi assicurarti di conoscere il setting nel quale ti muovi e di rispettarne le regole anche se – soprattutto se! – le crei ex novo)
  • Bibliografia
    (Fatti un bell’elenco ragionato e ben compilato delle tue fonti e ti semplificherai la vita.)

Quello che ritengo utile aggiungere, e con il quale mi ricollego al discorso di “fantascienza-scritta-spesso-con-i-piedi” del mio precedente post in tema, è che la documentazione non è solo quella di merito, ma anche quella di metodo.

La Bottega del BarbieriLa fantascienza è scrittura, ricordi? Scrittura creativa, giusto? Per quanto strambi, visionari e nerdicamente faichi… siamo scrittori e scrittrici anche noi, o no?

Questo significa che oltre a studiare gli argomenti, devi studiare i modi. Devi documentarti sullo stile, sulle tecniche narrative, sulla gestione dell’intreccio, sul modo per costruire personaggi e dialoghi credibili… anche la scrittura è un argomento di studio e documentazione che devi presidiare. Sempre.

Altrimenti, ti troverai a creare quello che a me tocca leggere spesso: belle storie, idee fantastiche, messaggi molto belli, racconti incredibilmente circostanziati e dettagliati… scritti male. Ed è un peccato, un vero peccato.

Perché spesso dove non arriva il sapere arriva la tecnica. E quando diventiamo abbastanza esperti, sviluppiamo un intuito sul cosa dire e non dire, che dà l’impressione a chi legge che noi sappiamo davvero tanto dell’argomento di cui scriviamo: mentre invece ne sappiamo giusto il necessario, al quale aggiungiamo la capacità di raccontarlo bene usando il cosa e il come giusti.

Diversi marinai e persone di mare, tra le quali due capitani di lungo corso, mi hanno fatto i complimenti sul modo in cui ho raccontato il mare nel mio romanzo “Nelson”. E io mi sono quasi vergognata, nel rispondere che in realtà di mare io non so un bel niente, e non sono mai stata in acqua (a parte al lago in canotto e sull’Adriatico in traghetto). Anche la mia documentazione di mare non è chilometrica: non sono stata mesi a fare ricerche. Sono stata solo furba. Ma a quanto pare ha funzionato.

Stesso discorso per il mio racconto fantamusicale “Sinfoniade”, che puoi leggere sul numero di Urania questo mese in edicola: “Le variazioni Gernsback”. È la storia surreale di una battaglia sanguinosa tra due musicisti uno più misterioso dell’altro, che è anche un excursus nel mondo della musica classica, strutturato come una sinfonia. Prima l’ho scritto e revisionato, poi l’ho mandato alla mia amica Kim Jae Hee, insegnante di musica e cantante lirica, per una ripassata tecnica. Lei mi ha detto che sembrava un racconto scritto da qualcuno che vive in quello stesso mondo. E io strimpello a malapena basso e chitarra, e per entrare nel “mondo” di questo racconto ho fatto una settimana di google per documentarmi e ho sintonizzato la sveglia su “Radio Marconi Musica Classica”.

Ripeto. Urania. In edicola. Ora!

Non voglio vantarmi, anzi, magari dopo questo paragrafo un po’ autoreferenziale ti sarà venuta voglia di maledirmi. Sembra sia convinzione comune che si debba raccontare solo ciò che conosciamo bene. Il fatto è che non c’è limite alle cose che possiamo imparare, e che quindi diventano di nostra conoscenza. Se le mixiamo con:

  • una buona capacità di raccontare
  • la sensibilità descrittiva nei dettagli giusti

ecco che non c’è limite a ciò che possiamo raccontare in modo comunque realistico, plausibile e leale nei confronti de lettore. Ovviamente entrambi i punti di cui sopra non ti arrivano per scienza infusa: devi studiare e documentarti per arrivare tu a loro.

Perché il punto non è il mare, o il world building, o il paradosso quantico: il punto è raccontare bene una bella storia. Con un intreccio avvincente. Con personaggi nei quali il lettore può immedesimarsi e per i quali può provare sentimenti. Con descrizioni e atmosfere dosate al puto giusto e verosimili, ci trovassimo pure su Vega19.

Per riuscire a raggiungere questo obiettivo, la documentazione non è sufficiente: ma è necessaria.

Comunque, la documentazione che ti crei in ogni singola occasione amplia la tua cultura generale, e la ricerca che fai al di là del lavoro del momento può rivelarsi preziosa anche per i prossimi. Prospettiva, cultura, serendipità: vantaggi della documentazione, di cui ho parlato in un post sul blog di Studio83, al quale ti rimando per approfondimento: “Quinta regola del successo per scrittori: studia!” sul blog di Studio83

Per il momento fermiamoci qui. Di studiare e imparare non dobbiamo smettere mai, i romanzi invece prima o poi vanno chiusi. Per non parlare dei post.

Il mese prossimo consigli di lettura. See ya!

Le Variazioni Gernsback – recensione di Giampaolo Rai

La musica secondo Urania

Sette note per quattordici racconti dedicati alla musica, arte che può nominare l’innominabile e comunicare l’inconoscibile.

 

Euterpe e Urania, muse della musica e dell’astronomia, condividono non solo l’origine divina ma anche la capacità di eccitare la fantasia.

Anche la fantascienza, come dice Leonard Bernstein, riesce a nominare l’innominabile e comunicare l’inconoscibile: spesso le due muse si incontrano, a volte in una sinfonia a volte sulle pagine di un libro.

Le storie raccontate nell’antologia Le variazioni Gernsback hanno come tema conduttore proprio la musica, a partire dal racconto di E.T.A. Hoffmann scritto nel 1808 sino a opere recentissime.

La prima versione di questa antologia, pubblicata dalle Edizioni Della Vigna, comprendeva racconti di tre autori stranieri e otto italiani; la nuova edizione prevede quattordici storie, in maggioranza di autori stranieri.

Quello che resta invariato è fascino dell’incontro tra due muse.

Il libro

Non è del tutto chiaro quale sia l’origine della musica ma è sicuro che quest’arte invisibile si è sviluppata con la scienza, in parallelo con la matematica. E.T.A. Hoffmann, che è stato un notevolissimo musicista oltre che scrittore visionario, ha detto che la musica “ci fa entrare… dove la natura parla con accenti inauditi”. Come la fantascienza. Non è un caso che in questa sorprendente antologia Hoffmann sia presente con il suo misterioso “Cavaliere Gluck”, e che insieme a lui troviamo Michael Bishop e Norman Spinrad, Robert Silverberg e Lloyd Biggle, Sean McMullen e Karl Hans Strobl, Danilo Arona ed Henry S. Whitehead.

Autori di tutte le epoche e di varie nazionalità che esplorano le nuove incognite della science fiction: quelle a misura d’uomo e quelle dei grandi spazi, dove il solo ritmo che conti – come nel racconto di Spinrad – è la musica della Sfera. Un’antologia a cura di Walter Catalano, Roberto Chiavini, Luca Ortino e Gian Filippo Pizzo. Il rapporto tra sf, musica e scienza suonato in 14 chiavi; un volume speciale di Urania che costituisce la versione ampliata e internazionale del fortunato volume Le variazioni Gernsback.

I curatori

Walter Catalano, classe 1958, critico cinematografico, sceneggiatore e regista, ha collaborato e collabora a varie riviste, cartacee e online. Ha all’attivo racconti fantastici su varie antologie e le raccolte di narrativa fantascientifica, a quattro mani con Gian Filippo Pizzo, Ambigue utopie: 19 racconti di “fantaresistenza” (Bietti, 2010) e Sinistre presenze (Bietti, 2013).

Luca Ortino, classe 1964, pittore e collezionista di libri e fumetti, ha curato le antologie Volterra in giallo e nero con P. Gasparri (Edizioni Della Vigna, 2011) e I sogni di Cartesio con G. Panella (Edizioni Della Vigna, 2013). Con Walter Catalano, Roberto Chiavini e Gian Filippo Pizzo cura per Fratini Editore la collana “Mellonta Tauta” dedicata alla narrativa pulp americana.

Gian Filippo Pizzo, classe 1951, autore, recensore e saggista, è attivo nel campo della fantascienza da oltre 40 anni. Con Roberto Chiavini e Michele Tetro ha scritto diversi libri sul cinema fantastico, pubblicati da Gremese, Tedeschi, Della igna e Odoya, di cui gli ultimi sono Mondi paralleli: Storie di fantascienza dal libro al film (Della Vigna 2011, premio Italia e premio Vegetti) e Guida al cinema di fantascienza (Odoya 2014). Da solo o con Walter Catalano ha curato diverse antologie, tra cui segnaliamo Terra promessa: racconti di “fanta-decrescita” (Tabula fati 2014). L’ultima sua opera, in collaborazione con i citati Catalano, Chiavini e Tetro, è la Guida alla letteratura horror (Odoya 2014).

Walter Catalano, Luca Ortino, Gian Filippo Pizzo (a cura di), Le variazioni di Gernsback, Mondadori, collana Urania 1643, pagg. 210, Euro 5,90, ebook Euro 3,99

 

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