Il western nella narrativa, nel cinema e nell’opera di R. E. Howard – di L. Ortino, W. Catalano, G. F. Pizzo, R. Chiavini

Lama, pallottola o cappio:

Il western nella narrativa, nel cinema e nell’opera di R. E. Howard

Oscurità e frescura dentro l’abitazione, fuori il calore stridente del terreno e la luce abbagliante della prateria che irrompe selvaggia negli occhi di chi, correndo, si affretta fuori per vedere chi stia arrivando, anche se fuori lo attende una freccia o un colpo di pistola che ruberà la sua vita o solamente un cavaliere latore di notizie riguardanti  lutti,  matrimoni o eredità inattese… questo è il West dei nostri ricordi, della nostra giovinezza, un paese dell’anima probabilmente mai esistito (almeno in questi termini)  ma che, complice la forte visionarietà del cinema a questo genere dedicato, si riaffaccia alla nostra memoria, con i suoi  forti colori e contrasti,  anche nell’incavo delle nostre palpebre chiuse nell’atto di ricordare…  Si, ricordiamo, noi ricordiamo il cappio stretto al collo del fratello  prima di crollare esanime nella polvere gialla ancora con l’armonica in bocca, l’ultimo colpo del bounty killer, la fiammata purpurea della sua pistola, la pagaia che scosta l’acqua azzurra, riflesso del cielo dalle nuvole altissime mentre si traversa il Big River… ma prima di tutto questo, facciamo un piccolo passo indietro, torniamo agli Trenta del secolo scorso, a un cinema in bianco e nero e a una letteratura pulp che invece già immaginava a colori, che precorreva gli sviluppi successivi della cinematografia che ha reso il genere così popolare da tramandarlo fino a noi. Fra gli scrittori che più si distinsero in quel periodo quasi eroico Robert E. Howard costituisce un esempio di forza e di vigore narrativo tale da impiantarsi come un chiodo nel cervello, i suoi racconti restano dei monumenti a quell’epos immaginativo che la frontiera americana tramanda di sé unitamente alle suggestive immagini pittoriche quali possiamo trovare nei dipinti di Frederic Remington, di Alfred Miller e  altri artisti coevi al periodo storico narrato dal nostro.

La frontiera continua a restare un punto di riferimento letterario con i valori etici che caratterizzano gli eroi dei racconti di Howard anche successivamente, negli splendidi racconti western  di Elmore Leonard, le cui opere hanno ispirato a loro volta molti dei film ormai classici del genere  prima che anche questo scrittore – sulla scia della disillusione che i successivi sviluppi del cinema e della letteratura western hanno portato disvelando la retorica dell’eroismo dei bianchi e la falsità delle premesse morali che stavano dietro alla libertà professata ma non applicata dai protagonisti di quell’era – cambiasse genere trasferendo le proprie meditazioni su personaggi perdenti nella vita  i quali l’etica l’hanno lasciata del tutto alle loro spalle. E’ triste quindi considerare che la raggiunta maturità dell’epica letteraria e cinematografica della frontiera americana abbia portato via dal genere tanto pubblico ma anche tanti autori che hanno trovato più profitto in altri settori, non permettendo al  genere western di arricchirsi di ulteriori  contributi che ne aumentassero il livello qualitativo sviluppandone i collegamenti con la letteratura mainstream. In questo senso l’unico contributo considerevole degli ultimi anni  e’ stato apportato da  Cormac Mac Carthy,  che soprattutto  nella Trilogia della Frontiera, descrive un west moderno ambientato a circa metà del secolo scorso ma in cui si ripetono alcuni stilemi del western classico, chiaramente senza più l’entusiasmo a volte quasi infantile della narrativa pulp. Quasi un epitaffio del genere.

Se molti abbandonano la narrativa di frontiera altri paradossalmente gli si avvicinano, molti scrittori della letteratura di immaginazione e di science fiction trovano la loro frontiera altrove, nello spazio, sugli ultimi pianeti oggetto di esplorazione e colonizzazione. Molta della matura space opera dagli anni cinquanta in poi per mano di autori quali Poul Anderson, Gordon Dickson, Harry Harrison ed altri segue questa via trovando al tempo stesso un rinnovato entusiasmo per i nuovi territori da esplorare seguito poi dalla consueta disillusione sulla modalità attraverso la quale la specie umana si rapporta con l’altro, prima pellerossa, poi alieno.

 

Avendo tutto questo presente, sembra davvero strano che in Italia non si leggano western, almeno non così tanto come altri generi. Proprio in Italia che, dal punto di vista cinematografico, è stato un paese così creativo e interessato al mito della frontiera da riuscire a ricreare quel genere straniero “in vitro” e fuori dagli scenari originali inventando lo Spaghetti Western e a rendere un insolito ibrido – “No stories, no scenes, just killings”, commentò sprezzante in proposito Burt Kennedy a John Ford – talmente convincente da dominare la scena, almeno per un certo periodo, influenzando profondamente perfino i padri americani (fino allo splendido omaggio al western all’italiana di Quentin Tarantino con il suo Django Unchained). Proprio l’Italia che fra i suoi autori d’appendice – Emilio Salgari in primis con Avventure fra i pellirosse ad esempio – enumera vari modelli e antesignani di questo  particolare genere avventuroso per noi esotico e che, nel campo del fumetto, ha dato vita al più longevo cow- boy disegnato: Tex Willer. Eppure l’Italia non ha mai amato o coltivato la lettura dei classici americani di questo genere che, a parte sporadici esempi, restano ignoti o misconosciuti ai più.

La narrativa western nasce in tempi piuttosto remoti: i primi esempi sono anteriori al 1850 e praticamente contemporanei all’epopea western stessa. James Fenimore Cooper è forse il primo e più illustre narratore della Frontiera – molto noto da noi è il classico L’ultimo dei Moicani,  ma altri ne sono stati pubblicati tra i quali La prateria – si tratta di una frontiera che ovviamente, dati i tempi (siamo intorno agli anni Venti dell’800) è posta molto meno a ovest di quanto saremo abituati in seguito. Poco più tardi, intorno alla metà del secolo, iniziano a comparire storie ambientate nel West sui “penny dreadfuls” riviste britanniche da un penny dedicate alla narrativa seriale e  sensazionalistica (su queste pagine popolari nascerà il primo vampiro della storia, Varney, l’antenato di Carmilla, Dracula e compagni); dai “penny dreadfuls” si origineranno poco più tardi negli USA i “dime novels”, il prototipo dei successivi pulp del ‘900: e proprio un western, Malaeska; the Indian Wife of the White Hunter, è considerato il primo dime novel mai pubblicato (nel giugno del 1860). Gran parte di questi romanzetti – entrati a loro volta fra gli accessori dell’epopea soprattutto cinematografica del Western – hanno per protagonisti personaggi reali come Buffalo Bill, Wild Bill Hickok, Jesse James, Wyatt Earp, Billy the Kid, ecc., le cui spesso tutt’altro che memorabili imprese, vengono amplificate ed eroificate se non del tutto inventate. Anche fuori degli USA: prima e con più successo del nostro Salgari, il tedesco Karl May diffonde, con ampia risonanza di pubblico se non di critica, il mito del West in Europa intorno agli anni Ottanta del secolo.

Nel Novecento il pulp sancisce ormai la definitiva autonomia del genere che passa da ingrediente generico della narrativa avventurosa a titolo specifico: accanto alla fantascienza, all’horror, al fantasy, al poliziesco, al romantico, anche il Western si apre la strada delle edicole a suon di revolverate, pugni e cavalcate selvagge con testate come “Western Story Magazine”, “Star Western”, “West”, “Cowboy Stories”, “Ranch Romances”, e molti altri. Non mancano in quegli anni grandi scrittori che – in parte a causa del loro vissuto personale – partecipano collateralmente al mito e all’epopea del west: Mark Twain in modo abbastanza episodico e  distratto; Ambrose Bierce invece con grande pregnanza: i suoi racconti sulla Guerra civile americana (per noi Guerra di Secessione), ispirano Stephen Crane e Ernest Hemingway, le sue storie sovrannaturali di frontiera generano un sottogenere: il weird-western (esempi di commistione fra horror e western che possiamo ritrovare fino ai nostri giorni nel ciclo de “La Torre Nera” di Stephen King, nel bel fumetto nostrano di “Magico Vento” sceneggiato dal bravo Gianfranco Manfredi e in molti film contemporanei, non ultimi quelli di Robert Rodriguez)..

In questi anni, compresi fra il 1900 e il 1940, escono gli autori e le opere più conosciute: Owen Wister con The Virginian: A Horseman of the Plains (1902); Zane Grey con Riders of the Purple Sage (1912); Max Brand, uno degli autori più prolifici dell’epoca, creatore del cow-boy Destry che (come il suo personaggio più famoso, non western però, il Dottor             Kildare) ebbe gli onori anche di numerose trasposizioni cinematografiche; Ernst Haycox la cui storia Stage to Lordsburg (1937) – un vero e proprio plagio di Boule de Suif di Maupassant – servì da base per il celeberrimo film Ombre Rosse (Stagecoach) di John Ford (1939). E proprio la fortuna cinematografica del genere, da Tom Mix in poi, fece da cassa di           risonanza per le opere narrative spingendo scrittori pulp già noti in altri settori della letteratura a cimentarsi anche col western: Robert W. Chambers (noto soprattutto per le sue storie horror e romantiche); L. Ron Hubbard (noto soprattutto per le sue storie di fantascienza e per essere stato il creatore di Scientology); Leigh Brackett (più nota per le sue storie di fantascienza e fantasy); e ovviamente Robert E. Howard.

Negli anni seguenti il genere continuò a interessare sia sulla pagina che sugli schermi cinematografici e, dagli anni Sessanta, anche televisivi: autori come Walter van Tilburg Clark, Luke Short, Ray Hogan, e soprattutto Louis L’Amour, imperversarono e serie TV come “Rawhide” e “Bonanza” portarono al successo futuri divi come Clint Eastwood. Anche i fumetti contribuirono all’espansione del fenomeno western: tutte le principali case editrici specialistiche, DC Comics, Marvel Comics, Fawcett Comics, ecc. ebbero il loro cow-boy di scorta e personaggi come Red Ryder o Lone Ranger raggiunsero fama internazionale (portando da noi a geniali imitazioni come Tex Willer, Kinowa, Capitan Miki, Zagor, ecc. ecc.). In questo periodo anche l’Italia può vantare una certa produzione libraria, grazie a Mino Milani che nell’intero decennio dedicherà ben sette romanzi al suo personaggio Tommy River (un ottavo volume uscirà nel 1976), e a Mariangela Cerrino che sotto lo pseudonimo di May I. Cherry scrive una nutrita serie di western – ben 17 – dal 1966 al 1973 (e che allo stesso modo degli autori americani citati passerà poi alla fantascienza, al fantasy e al romanzo storico, pur dando alle stampe altri western ancora negli anni Ottanta).

Oggi il genere western sembra meno sulla breccia di un tempo sia al cinema che sulla pagina scritta, ma l’immaginario western è ormai parte indelebile delle nostre fantasie avventurose. La qualità letteraria delle opere contemporanee inoltre (purtroppo raramente             tradotte nella nostra lingua) non ha ormai più niente da invidiare ai romanzi mainstream; ricorderemo, fra tutte, quelle di due grandi autori recentemente scomparsi: Elmore Leonard, che ha basato quasi tutta la sua carriera giovanile sul western passando in anni più maturi al noir, e Richard Matheson, che ha fatto il percorso contrario, iniziando con noir, horror e fantascienza, e scrivendo in età ormai avanzata romanzi western altamente sofisticati e significativi , come Journal of the Gun Years o The Memoirs of Wild Bill Hickok.

 

Si è già detto che gli anni più fecondi per il western sono stati i primi quaranta del secolo scorso, ma l’apice fu raggiunto nei Trenta: sono gli anni della Grande Depressione, del Proibizionismo e dei gangster; anni in cui le riviste (e anche il cinematografo) costavano pochissimo e permettevano dunque un’evasione dalla dura realtà, un sogno a occhi aperti economicamente possibile anche per le fasce più misere della popolazione, soprattutto quelle della provincia americana. Ma il western (così come la fantascienza, che in un Paese privo di Storia rappresentava l’estensione del sogno americano e del mito della frontiera verso lo spazio) ha anche un’altra funzione: quella di cementare l’unità del popolo nei confronti di un nemico – i Pellerossa – in realtà poco pericoloso  già sconfitto, di esaltare lo spirito nazionale che aveva raggiunto nuovi traguardi con la corsa verso l’Ovest, di esorcizzare il periodo di recessione economica mostrando cosa gli Americani erano riusciti a fare e come sarebbero riusciti a riprendersi.

E’ in questi anni che opera Robert Howard.

Figlio di un medico, nato il 22 gennaio 1906 in un paese del Texas, Peaster, trascorrerà quasi tutta la vita in un paesino periferico, Cross Plains. Introverso e schivo, gracile di costituzione e vittima di bullismo da parte dei compagni di scuola, si rifugia nella lettura dei classici avventurosi ma al contempo si applica nello sport tanto che in età adulta avrà un fisico ben sviluppato e possente. Dal punto di vista caratteriale resterà però sempre timido e chiuso in sé, tanto che gli si conosce una sola avventura sentimentale (romanzata nel film di Dan Ireland Il mondo intero del 1996). Molto legato alla madre, si suiciderà sparandosi un colpo di rivoltella in auto l’11 giugno 1936, dopo aver saputo della morte di lei: per ironia della sorte la madre, che era tubercolotica, si sarebbe invece risvegliata dal coma (morendo però il giorno dopo).

Come lo scrittore che abbiamo presentato nel precedente volume di questa collana, Volo su Titano di Stanley G. Weinbaum, anche Howard fu attivo per pochi anni ma ci ha lasciato una miriade di scritti appartenenti a praticamente tutti i generi della narrativa popolare. Il suo esordio avvenne nel 1925 su “Weird Tales” ma è solo nel 1928, dopo aver lasciato l’università e fatto mestieri diversi, che inizia a pubblicare con regolarità. In particolare proprio su questa rivista di cui diviene una colonna portante assieme a Clark Ashton Smith e Howard Phillips Lovecraft ( i Tre Moschettieri di “Weird Tales”) pubblica storie fantastiche creando personaggi come lo spadaccino puritano seicentesco Salomon Kane (forse il suo più riuscito, e quello a cui era più legato), il re di Atlantide Kull di Valusia, i guerrieri celti Turlogh O’Brien e Bran Mak Morn, e racconti horror, inserendosi poi anche nel ciclo dei “Miti di Chtulhu” inventato da Lovecraft. E sopratutto quel Conan il Barbaro oggi conosciutissimo grazie anche al fumetto e al cinema (Conan il barbaro di John Milius del 1982 e vari seguiti, spin-off e remake) dopo la sua riscoperta negli anni Sessanta a opera di Lyon Sprague deCamp che risistemò organicamente l’intero ciclo aggiungendovi di suo storie di raccordo tra una vicenda e l’altra fino a riempire undici volumi. Con questi scritti il Nostro può essere considerato il creatore di quel genere che oggi chiamiamo fantasy, o almeno di quella parte del fantasy più avventurosa e sanguigna che si può definire heroic fantasy per distinguerla dalle opere più sofisticate di J. R. R. Tolkien e altri scrittori più “letterari”. E, a ben guardare, tutti questi personaggi non sono che sfaccettature di un unico personaggio: l’eroe, l’impavido guerriero, a volte generoso e a volte crudele, sempre in lotta contro situazioni apparentemente insormontabili ma sempre vincitore. Che sia armato di spada o di ascia, di rivoltella o di guantoni da boxe, che agisca nelle perdute Atlantide o Cimmeria, nelle Isole Britanniche o nel Nuovo Messico, che sia attivo nella preistoria, nel secolo XVII o durante l’epopea del West, è sempre l’Eroe.

Howard scrive di tutto, su molte riviste: racconti sportivi in particolare di pugilato, racconti storici, polizieschi, horror, commedie brillanti, storie piccanti, avventure in genere, e ovviamente western.

 

Infatti, nella sua breve ma intensa carriera Robert Erwin Howard ha lasciato traccia di sé e della sua straordinaria capacità affabulatoria in quasi tutti i generi della narrativa pulp (escluso, almeno scientemente perché in effetti qualche racconto classificato come tale esiste, quello poliziesco – “riesco a malapena a leggerlo, non potrei mai scriverlo” si può leggere in una sua lettera), e data la sua origine e l’ambiente dove era cresciuto, resta facilmente comprensibile come il western potesse (e dovesse) essere il suo terreno di pascolo più praticato. Il fatto che non sia stato così almeno in vita (Howard ha comunque scritto più di una cinquantina di western propriamente detti, più un manipolo di weird-western, meno di un terzo dei quali effettivamente pubblicati durante la sua vita), è dovuto a tutta una serie di fattori che lo distrassero da quella che era in effetti la sua vocazione. Una volta arrivato a trovare un mercato per le sue storie western (in particolare quelle “umoristiche” di Breckinridge Elkins, che trovarono casa sulle pagine di un pulp non propriamente western – anche se aperto al genere – come “Action Stories”), come ebbe a scrivere in una lettera a August Derleth del novembre del 1935 (e a riconfermare in una lettera del maggio del 1936 all’amico H. P. Lovecraft, poche settimane prima della sua morte), “Sto seriamente valutando l’idea di concentrare ogni mio sforzo sulla narrativa western, abbandonando ogni altro genere narrativo…..vi è stato scritto tanto, ma c’è ancora così tanto da scrivere”.

E che queste sue parole fossero sostanzialmente vere, lo prova più che adeguatamente questa nostra raccolta di racconti, che segue, con una scelta al solito inconsueta, il cammino del giovane scrittore texano dai suoi esordi (Tamburi al tramonto, che resta il suo primo racconto western a essere pubblicato – a puntate sul quotidiano della sua città – e uno dei pochissimi aventi a protagonista dei pellerossa) fino a quello che lui stesso riteneva “uno dei migliori racconti che abbia mai scritto”, Gli avvoltoi di Whapeton, liberamente modellato sulla vera storia di Hendry Brown, inizialmente legato a Billy the Kid, poi addirittura sceriffo di Caldwell, un piccolo paese del Kansas, dove il rappresentante della legge provò perfino a rapinare una banca, con esito fatale. Scritto con due diversi finali (curiosamente pubblicati entrambi dal loro primo editore, “Smashing Novels”, dopo che la storia per anni era stata rifiutata da tutte le principali testate western del periodo, perché troppo anomalo), il racconto è indubbiamente uno splendido noir western, che per certi versi ricorda Le iene di Tarantino, pieno di sequenze a un tempo tipiche e innovative, che nel corso degli anni arriveranno ad affiancare quelle più tradizionali della mistica western. E proprio questa mistica, che si era già sostanzialmente formata negli anni in cui Howard si avvicina alla scrittura, è alla base di parecchi degli altri racconti presenti in questa antologia, storie dove il protagonista è spesso ai margini della legalità, quasi sempre per colpe non sue, dove i personaggi femminili sono ritratti da cartolina, visti decine e decine di volte nei classici western cinematografici degli anni successivi, immancabilmente devote ai loro uomini, che le ricambiano di un rispetto cavalleresco, che comunque non le innalza a rango di co-protagoniste dotate di propria indipendenza d’azione e d’iniziativa. Nell’etica cavalleresca di stampo sudista, che vigeva ancora nel Texas dei tempi di Howard (bisogna considerare come ancora nella sua fanciullezza lo scrittore respirava a pieni polmoni gli ultimi aneliti di un West che nel profondo sud dello stato della Stella Solitaria, lungo i confini con il Messico, tardava a scomparire – il suo Sfida al Canyon dell’Inferno è un vero e proprio western, ambientato a cavallo fra i due paesi nel periodo di poco successivo alla morte del rivoluzionario messicano Pancho Villa, avvenuta nel 1923 e quindi contemporanea al Nostro), la donna viene innalzata su un piedistallo, da dove però viene osservata e ammirata dall’uomo secondo una prospettiva esclusivamente museale, indubitabilmente sessista, che Howard scalfirà in alcune fra le sue più famose figure femminili (come Belit nel ciclo di Conan, per esempio), senza però mai arrivare a capovolgere. Per la morale cavalleresca texana, che ognuno dei protagonisti positivi dei western di Howard abbraccia in toto, la donna deve essere amata, protetta e rispettata, mai colpita, mai ferita, mai offesa. Ed è questa la figura femminile che, se presente, emerge in ognuno dei racconti di questa antologia, che traccia una panoramica completa del modo di fare western di Robert Howard, e si segnala quindi come punto di partenza per un’analisi più particolareggiata di una branca del suo vasto repertorio narrativo, troppo a lungo trascurata in un paese, il nostro, che più di ogni altro si è prodigato per perpetuare un genere da lungo tempo destinato all’estinzione, ma ancora capace di ripetuti canti del cigno da Oscar.

E se il western di oggi è un’altra cosa, se gli Indiani non sono più i “cattivi”, se le miti fanciulle di una volta assurgono al ruolo di eroine, se persino i rudi cow-boy possono esser gay, allora rituffiamoci nelle atmosfere di uno scrittore che pur essendo figlio di un ebreo e di una scozzese era nell’animo profondamente texano, atmosfere genuinamente, romanticamente e classicamente western.

L. Ortino, W. Catalano, G. F. Pizzo, R. Chiavini

(Introduzione a Sfida al canyon infernale di Robert E. Howard, ed. Fratini 2014)

COME SI SCRIVE FANTASCIENZA, 8 – di Giulia Abbate

COME SI SCRIVE FANTASCIENZA – 8: COME EVITARE L’INFODUMP

di Giulia Abbate

Bentrovata, bentrovato, per questo ottavo appuntamento della serie su come scrivere e leggere fantascienza in modo sicuro, felice e senza effetti collaterali (come: uscita di brutti libri, bipolarismo, mutazione in autori/autrici di pornosoft o di “narrativa intimista”, e così via).

Siamo al terzo appuntamento a tema: si conclude oggi la “saga dell’infodump”.

Abbiamo visto insieme:

Oggi cambiamo prospettiva e parliamo dell’infodump in termini positivi e costruttivi: come gestire al meglio e con destrezza le informazioni che dobbiamo dare al lettore?

Nel post precedente, ho scritto:

Nella fantascienza, ahimé, la questione di come distribuire informazioni importanti e scomode nel testo narrativo è centrale. Per gestire le complicate implicazioni di mondi alieni, linguaggi extraterrestri, congegni ultratecnologici e studi di solaristica abbiamo bisogno di fornire delle informazioni di corredo, che a volte è davvero, davvero difficile non rigurgitare.

Come si fa a evitare, o almeno ad attenuare lo sgradevole effetto delle informazioni che devono per forza essere date?

Ci sono molti modi, furbi ed efficaci, per infilare i nostri dati salienti, senza brutti suoni di sottofondo.

Bene, eccoli qui!

Partiamo con un paio di avvertenze da bugiardino.

Al di là degli accorgimenti pratici e delle scorciatoie, per distribuire le informazioni di un racconto nel modo più corretto possibile devi sempre e comunque partire da:

  • un corretto lavoro di pianificazione

  • la conoscenza di un paio di meccanismi di base della narrazione.

Pianificazione: fatti una scaletta e alcuni studi preliminari su cosa il lettore deve sapere, e fallo senza vergogna, nel senso che al punto prefissato dello schema ci scrivi proprio: “qui spiego perché il dodo ha poteri telepatici”.

Meccanismi: tieni molto bene a mente la distinzione tra il mostrare e il raccontare.

Quando mostriamo, dovremmo al massimo poter citare qualche dettaglio: significativo, magari, ma che sia in grado di portarsi con sé le proprie implicazioni senza doverle descriverle.

Invece, è nel racconto che possiamo sbottonarci un po’ e dedicarci a un’esposizione più ampia, senza ovviamente eccedere.

 

E passiamo ora ai trucchi da quattro soldi.

In primis, tieniti più lontano che puoi dai dialoghi e dalla voglia di far dire a un personaggio: “vuoi dire quella setta filosofico-religiosa”… dai dialoghi le parole vanno sempre e solo tolte, mai aggiunte.

Un modo più sfumato di passare delle informazioni al lettore è il metodo che io chiamo “ai miei tempi”: ovvero il flashback di un personaggio.

Succede qualcosa e mostriamo il personaggio in presa diretta: ma a causa di quel fatto lasciamo che ne riviva o ne ricordi un altro, nel passato. Ecco l’aggancio per una manciata di informazioni, e per un passo informativo contestualizzato con un minimo di grazia.

Io l’ho usato molto (ok, forse troppo) in “Nelson”, sfruttando i tratti psicologici di un protagonista portato a rimuginare sui bei tempi andati (o da venire, punti di vista).

Un’altra strada percorribile per informare senza sbrodolare è quella di seguire i movimenti di un personaggio, come se gli avessimo piazzato una specie di steady-cam sulla spalla che ne inquadri il contesto intorno, per unire il racconto descrittivo a un minimo di dinamismo.

Oppure, possiamo ricorrere a veri e propri brani esplicativi giustificati dal punto di vista narrativo.

Nel mio racconto “Il nostro seme inquieto”, la chiave di lettura e la descrizione del contesto vengono riepilogate da una voce di enciclopedia citata in toto: per controbilanciare questa mossa vergognosamente facile, ho costruito un modo molto difficile di arrivare a questa informazione, e di farla leggere ai personaggi in un momento chiave, nel quale ho cercato di dare un’atmosfera di mistero e aspettativa. Sperando di fare in modo che il lettore non si accorga dello spiegone, ma si goda il fatto che finalmente se lo sta leggendo insieme ai personaggi.

 

Ce lo insegna anche il maestro Sergio “Alan D.” Altieri, che nel suo ultimo romanzo di fantascienza militare “Juggernaut”, una megabotta di violenza e tecnocattiveria, si è regolato così:

Per illustrare al lettore – hey, what the hell, anche al narratore – come sono avvenuti i mutamenti ho usato l’accorgimento di (finte) schede web. Un accorgimento, peraltro già apparso  in alcuni racconti e romanzi brevi, che mi permette non solo di evitare pagine e pagine di prosa di puro “infodump”, scarico di informazioni pregresse, ma di stabilire anche una sorta di valenza d’atmosfera narrativa.

[Da “Ritorno all’inferno” – Intervista a Alan D. Altieri su Fantascienza.com]

I titoli e le citazioni a inizio o fine capitolo o paragrafo sono un altro modo molto efficace di far passare contenuti.

In alcuni racconti di Elena, ad esempio, vengono riportati finti stralci di articoli di giornale e telegiornale che raccontano cosa sta succedendo: con il vantaggio multiplo di dare atmosfera, comunicare tensione e informare al di fuori del testo. Una mossa davvero furba.

USA, Nixon contro il Presidente del Ventunesimo Secolo: noi dobbiamo fare la Storia, voi volete disfarla.

«La partenza dell’Apollo non verrà ritardata di un solo giorno.» L’appello dei ricercatori: Marte è la chiave, comunicare con l’Avamposto è nell’interesse di tutti.

Riusciranno gli scienziati del Futuro a costruire il ripetitore lunare e ad affidarlo ad Armstrong in tempo?

(Quotidiano nazionale, 18 giugno 1969)

[Dal racconto “Lezioni sul domani”, Elena Di Fazio]

Attenzione, attezione, ripeto: stiamo scrivendo fantascienza. Stiamo creando mondi nuovi. Siamo obbligati a dare delle informazioni supplementari a chi ci legge, pena il fallimento dell’efficacia del testo. Detto questo, se proprio non sai a che santo votarti, e devi dire al lettore qualcosa di specifico, un brano esplicativo iniziale è comunque meglio dell’inforigurgito.

Tanto tempo fa, in una Galassia lontana lontana… Sono tempi duri per la ribellione. Nonostante la Morte Nera sia stata distrutta, le truppe imperiali hanno stanato le forze ribelli dalle loro basi nascoste e le hanno inseguite attraverso la galassia. Dopo essere sfuggito alla temibile flotta stellare dell’Impero, un gruppo di combattenti per la libertà guidato da Luke Skywalker bla, bla e ancora bla.

Ecco qui: un paio di minuti di pazienza, ci siamo levati il dente, e l’azione che segue, favolosamente priva di impedimenti di comprensione, fa dimenticare agli spettatori la fatica del riassuntone.

 

A volte succede anche il miracolo: scriviamo il nostro riassunto iniziale, poi ci dedichiamo alla storia, e alla fine ci accorgiamo che in fondo tutte quelle informazioni all’inizio non servono e possono essere eliminate, perché la storia sta in piedi anche senza il preambolo.

È accaduto con “A.B.E.” di Luca Franceschini, racconto terza uscita della collana Futuro Presente, che ho editato io.

Dopo un editing nel quale abbiamo individuato i punti che meglio si prestavano all’inserimento di qualche informazione in più, e che anzi le richiedevano necessariamente, ho chiesto a Luca di eliminare del tutto la sua nota iniziale. Dava informazioni sul mondo dove A.B.E. e Cain si muovono, d’accordo: ma in quelle informazioni non c’era nulla di utile in più, rispetto a quanto eravamo riusciti a mettere già nel testo.

Tutto ciò mi porta a una conclusione niente affatto ovvia: da molti punti di vista, la fantascienza è il genere più difficile che ci sia, perché ha davvero bisogno di un livello di attenzione, di padronanza del narrato, di consapevolezza che altri generi non necessitano.

Ho visto cose che voi fantascientisti non potete neanche immaginare: ho visto autori e autrici abituati alla fantascienza piangere di gioia, perché capaci di buttare giù una scaletta mainstream in mezz’ora.

Senza dover tenere conto di una cronologia basata sui paradossi temporali.

Senza dover creare aspetto e anatomia di insettoni empatici intelligenti.

Senza doversi preoccupare del terribile infodump, perché avanti: che bisogno c’è di spiegare che succede se sottrai una valigetta nera a un mafioso?

Quindi, care e cari, in alto i cuori!

Se la fantascienza e il fantastico sono i generi più difficili – per pianificazione, gestione delle info e rigurgiti indesiderati – peggio di così non vi potrà mai andare.

Alla prossima puntata!

Nota: tutti gli esempi di brutte frasi da me portati in questi post sono assolutamente inventati, scritti ex novo da me o da Elena.

È vero, faccio l’editor per vivere: di brani brutti ne leggo tanti, di esempi reali potrei fornirne a bizzeffe. Ma non mi vedrete mai perculare nessuno, nemmeno citando brani anonimi: tutelo chi si affida alle mie cure, tengo alla sua privacy e rispetto la sua sensibilità.

Sui brani famosi e già pubblicati invece è lecito scherzare un po’. Senza cattiveria, ovvio.

E senza rancore! See ya!

da La Bottega del Barbieri

 

PREMIO ITALIA 2017

PREMIO ITALIA 2017 – SEGNALAZIONI

E’ aperta la PRIMA FASE delle votazioni per il PREMIO ITALIA 2017.
La votazione avviene esclusivamente via internet, con una procedura molto semplice.
Per esprimere il voto bisogna collegarsi via web all’indirizzo:
http://www.premioitalia.worldsf.org/
Qui verranno chiesti username e password comunicati via mail.
Una volta inseriti questi dati verra’ proposta la scheda voto vera e propria.
Questa e’ la prima fase, nella quale si possono segnalare dei possibili candidati, fino a un massimo di tre preferenze. Questa fase di votazione e’ aperta fino a venerdi’, 31 marzo 2017.
Nella scheda voto sono riportati brevemente anche le norme di regolamento che identificano ciascuna categoria. Se si hanno dubbi sull’eleggibilita’ di un candidato si può scrivere a staff@worldsf.org.
Una volta inserite tutte le segnalazioni  si deve premere il pulsante “Salva”. A questo punto verra’ mostrato il riepilogo delle  segnalazioni e si potra’:
1) concludere l’operazione INVIANDO le segnalazioni
2) decidere di MODIFICARE le scelte
3) LASCIARE IN SOSPESO il voto (per esempio in attesa di chiarimenti su candidati o altro) e tornare in seguito a concludere la procedura. I dati inseriti rimarranno registrati.
Una volta INVIATO il voto non e’ piu’ modificabile.
Il termine ultimo di invio e’ la mezzanotte di venerdi’, 31 marzo 2017.
Per qualsiasi dubbio si può scrivere a staff@worldsf.org.
WorldSF Italia

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Ecco alcuni suggerimenti per le segnalazioni:

ILLUSTRAZIONE:
Copertina di Continuum Hopper di Tiziano Cremonini
Copertina do Oltre il pianeta del vento di Paolo Aresi, di Franco Brambilla
Copertina di Solo di Robert Reed, di Tiziano Cremonini

CURATORE:
Gian Filippo Pizzo
Roberto Chiavini, Luca Ortino e Gian Filippo Pizzo

TRADUTTORE:
Roberto Chiavini
Alessandro Fambrini

ANTOLOGIA:
Delitti dal futuro, Istos Edizioni, Pisa, 2016
Oltre Venere, La Ponga Edizioni, Brescia, 2016

Continuum Hopper: racconti fantastici sull’arte, Edizioni della Vigna, Arese, 2016

SAGGIO IN VOLUME:
Il libro meraviglioso di Philip K. Dick di Alessandro Fambrini (Elara)

RIVISTA O SITO WEB:
Andromeda
Fantascritture

RACCONTO PROFESSIONALE:
“Il gallerista marziano” di Gian Filippo Pizzo (in Continuum Hopper)
(Altri contenuti nelle antologie citate)

ARTICOLO PROFESSIONALE:
“Quando giallo e fantascienza si incontrano” di Gian Filippo Pizzo (Il giornale dei misteri n. 526)
“Lo strano caso di Thomas Ligotti” di Walter Catalano (Carmillaonline)
“Racconti in esposizione” di Luca Ortino (Introduzione a Continuum Hopper)

“Play it again, Ramsey” di Walter Catalano (postfazione a L’ultima rivelazione di Gla’aki di R. Campbell))
“Il reverendo che scriveva racconti del terrore” di Gian Filippo Pizzo (introduzione a Il culto del teschio di H. S. Whitehead)

ROMANZO ITALIANO SF:
Nelson di Giulia Abbate
Maiorana ha vinto il Nobel di Pierfrancesco Prosperi (Meridiano Zero)

ROMANZO INTERNAZIONALE:
Il culto del teschio di Henry S. Whitehead, La Ponga 2016

(seguono aggiornamenti… )

 

 

 

 

“IL CULTO DEL TESCHIO” DI H. S. WHITEHEAD – recensione di Federica Leonardi

IL CULTO DEL TESCHIO E ALTRI RACCONTI, DI HENRY S. WHITEHEAD

Posted by on 14 Feb, 2017

“Una nuvola, spinta da un vento maestoso, passò a coprire la luna e una fragile tristezza tinse la notte torrida, il profumo dei gigli si attenuò, i cembali rallentarono e si smorzarono.”

(da ‘La meridiana lunare’)

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“Stelle umane” di Giulia Abbate – recensione di Gian Filippo Pizzo

Giulia Abbate ha recentissimamente pubblicato una raccolta comprendente alcuni tra i suoi racconti apparsi in questi ultimi anni su antologie e riviste, per l’esattezza si tratta di 8 racconti già pubblicati più uno inedito, un bonus track che non guasta. L’ebook Stelle umane è disponibile presso i maggiori store online

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