La voce della critica – di Vanni Santoni

La voce della critica

Nelle scorse settimane ho realizzato un’inchiesta sulla critica letteraria per una rivista online, interpellando una sessantina di critici: nulla di straordinario, se non fosse che l’inchiesta, riguardante una cosa di solito ritenuta nicchia (se non cadavere), ha fatto registrare più di cinquemila condivisioni e quasi centomila letture. Non solo la critica era viva, ma era anche richiesta: delle quattro puntate, le più condivise erano quelle in cui le si chiedeva di suggerire o valutare libri – in una parola, di orientare. È apparso chiaro come, in un campo letterario sempre più simile a una nebulosa, con le medesime collane che possono contenere alta letteratura come materiale di mero rilievo commerciale (per tacere del generale clima di sovraproduzione), la funzione di selezione e messa in valore risulti ancor più cruciale.
In effetti, non solo la critica è sempre più necessaria, ma – notizia! – sta anche bene, se è vero che due dei migliori libri del 2018 erano libri di critica come Biologia della letteratura di Alberto Casadei e La letteratura circostante di Gianluigi Simonetti.
La tendenza pare confermarsi, dato che un altro valido libro di critica è da poco andato in ristampa. Si tratta del Romanzo italiano contemporaneo di Carlo Tirinanzi De Medici, che, nel raccontare con efficacia “le tappe attraverso cui il romanzo ha occupato il centro dello spazio letterario italiano”, fa qualcosa di più: mostrare come si è costituita la lingua comune dei narratori odierni, e raccontare gli effetti di un radicale mutamento del campo sia letterario, sia umano: quello per cui oggi tutto si è fatto narrazione, facendone una modalità conoscitiva privilegiata.
Modalità privilegiata ma anche pericolosa, come ricorda Walter Siti attraverso il saggio di Marco Mongelli, tra i ventidue che costituiscono l’esaustivo La realtà rappresentata, curato da Raffaello Palumbo Mosca. Proprio Siti ebbe a definire il romanzo come “l’ammiraglia che la letteratura può schierare rispetto alla cronaca e alla sociologia nel tentativo di venire a capo della realtà”, frase che io stesso usai nell’introduzione di un mio “ibrido” e che ben si adatta anche all’erculeo lavoro di Palumbo Mosca, dato che il suo libro riesce, anche grazie alla polifonia, a inquadrare quel nodo profondo (e ineludibilmente multiforme), che lega romanzo e rappresentazione del reale – e che va oltre la sua tendenza a integrare il saggio, dato che tale capacità rientra nella natura del romanzo, che è, per dirla con Gospodinov, “non ariana”.copertina fantastico singolanew

Non solo, poi, il romanzo è meticcio, ma la sua ibridazione è costante, e dopo aver inglobato – o meglio, essere tornato a inglobare – il saggio, è oggi entrato anche nell’epoca dei cosiddetti “sfondamenti”, con sempre più testi di alto profilo letterario che traggono elementi dalla speculative fiction. Per questo merita qui una menzione, per quanto non si tratti propriamente di un testo di critica, anche la Guida ai narratori italiani del fantastico di Catalano/Pizzo/Vaccaro, che getta luce su un canone sovente poco considerato della nostra narrativa, che tuttavia sta trovando un’influenza “di ritorno” attraverso i testi di tutti quegli autori che oggi si allontanano da un realismo fattosi sempre meno adeguato per raccontare la sopravvenuta complessità del mondo.

di Vanni Santoni

 

da: IBS

Annunci

“FUTURA LEX” DI AA.VV. – SEGNALAZIONE DI ALESSANDRA

SEGNALAZIONE: FUTURA LEX DI AA.VV.

Genere: fantascienza, antologia
Editore: La Ponga edizioni
Data di uscita: gennaio 2019
Pagine: 251
Prezzo ebook: € 2,44
cartaceo: € 18,99
Link: Amazon 

Carissimi, oggi vi segnalo questa originale antologia di racconti di fantascienza scritta da vari autori, tra cui Monica Serra, più volte ospite di IUF.

Questa la sinossi:

Se un robot commette un reato potrà esserne incolpato
alla stessa stregua di un essere umano oppure il fatto
deve essere considerato un incidente dovuto a una
macchina? E se un crimine lo commette un cyborg, un
clone, un androide, un replicante?
Chi deciderà in futuro se un imputato è colpevole: un
giudice, una Intelligenza Artificiale, i telespettatori
attraverso il telecomando, i naviganti di internet?
Cosa succederebbe se una civiltà extraterrestre ci chiedesse
di pagare la bolletta per l’uso dell’energia
solare? Oppure se una corporazione di alieni volesse
brevettare a livello intergalattico la pizza?
Trasformati in fantavvocati (ma alcuni sono avvocati
per davvero) gli scrittori presenti in questa antologia
tentano di rispondere e questo e ad altri quesiti legali,
in una rassegna che a volte diverte ma spesso fa riflettere.

Ecco i titoli dei racconti e i nomi degli autori, introdotti da Gian Filippo Pizzo : La sentenza finale.
La volta che lo studio legale Impellizzeri salvò la Terra di Michele Piccolino
Il lato umano di Sara Elisa Riva
L’Oriente prima delle sabbie di Franco Ricciardiello
Isidoro e MPQUAP di Stefano Tevini
Troppo umano di Monica Serra
Future Faust di Lorenzo Fabre
L’ultima causa di Carducci & Fambrini
Tutto il mio dolore di Milena Debenedetti
Ménage à trois di Antonino Fazio
Un caso di garanzia di Falcioni & Garello
Il processo di Gian Filippo Pizzo
La pena di Chrys di Davide Del Popolo Riolo
Chi nasce tunn’ non mor quadrat’ di Graziani & Sensale

Sembra proprio adatta a chi cerca qualcosa di diverso,  davvero intrigante!

da:  Infiniti Universi Fantastici 13 giugno 2019

Intervista con Roberto Guidoni – di Gian Filippo Pizzo

UMBERTO GUIDONI, ASTRONAUTA NON PER CASO

Umberto Guidoni è stato il secondo astronauta italiano e, nel 2001, il primo europeo a partecipare a una missione sulla Stazione Spaziale Internazionale, ma ha fatto e fa anche altro… andiamo a scoprire cosa.

COMINCIO CON CHIEDERLE DOVE SI TROVAVA IL 20 LUGLIO DEL 1969 E SE HA VISTO IL L’ALLUNAGGIO

Si, quello sicuramente, non potevo non vederlo anche perché io nel Sessantanove – non avevo neanche quindici anni –  ero ovviamente appassionato di spazio, di fantascienza, quindi per me quell’evento è stato un evento direi storico, come per tutti quanti, ma in particolare per me è stato anche l’esempio di una missione nello spazio – che fino a quel momento erano solo nelle storie di fantascienza – che si realizza materialmente con uomini veri che mettevano piede su un altro corpo celeste. Quindi è stata un po’ la molla che è scattata per dire “ma io da grande vorrei fare quel mestiere” perché a questo punto era un vero mestiere, un mestiere possibile, non più semplicemente un’idea diciamo da fanciullo che leggeva fumetti. E me lo ricordo bene dov’ero: ero al bar, a Terracina che è una località di mare a sud di Roma ed ero in vacanza, e tutta la famiglia era raccolta nella sala dove c’era la televisione, una televisione in bianco e nero come tutte le televisioni italiane, e siamo stati lì a vedere lo sbarco sulla Luna insieme forse a un miliardo di altre persone che erano tutte sintonizzate su quella immagine.

QUINDI È QUELLO CHE LE HA FATTO SCATTARE LA MOLLA… MA PER ARRIVARE COMUNQUE A FARE L’ASTRONAUTA HA DOVUTO AFFRONTARE UN LUNGO PERCORSO, PRIMA DI STUDI E POI DI LAVORO: LA PASSIONE SI È MANTENUTA VIVA DURANTE TUTTO QUESTO TEMPO?

A parte la parentesi lunare io ho continuato gli studi, ho fatto l’università e mi sono laureato in astrofisica: in realtà a quel punto avevo già capito che fare l’astronauta non era facile, perché in quegli anni chi andava nello spazio erano i russi e gli americani, non c’era possibilità per altri Paesi di missioni spaziali. Quindi ho fatto quello che secondo me era la cosa più vicina allo spazio, sono diventato un astrofisico, ho cominciato un’attività di ricerca al CNR, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, e ho lavorato nel campo spaziale, mi sono occupato di esperimenti che venivano lanciati nello spazio. Ed è stato proprio uno di questi esperimenti che in qualche modo mi ha aperto la strada poi all’opportunità di fare l’astronauta. Questa è successo venti anni dopo lo sbarco sulla Luna, alla fine degli anni Ottanta quando appunto la NASA e quella che era diventata proprio in quegli anni l’Agenzia Spaziale Italiana si sono accordati per una missione sullo Shuttle americano e in questo accordo c’era anche per la prima volta la possibilità di addestrare un astronauta italiano. Qui è cominciata l’opportunità vera, con un concorso nazionale per selezionare astronauti e io dopo vent’anni ho ripreso il sogno che non avevo messo nel cassetto e ho detto “vediamo come va”.

ECCO, PERCHÉ SE NON SBAGLIO IN PRECEDENZA TUTTI GLI ASTRONAUTI SIA RUSSI CHE AMERICANI ERANO COMUNQUE TUTTI I MILITARI, MENTRE A UN CERTO PUNTO HANNO DECISO DI APRIRE AI CIVILI…

Sì, in realtà era già successo dopo gli anni dell’Apollo, con l’arrivo dello Shuttle si è cominciato a scegliere anche astronauti non militari; i primi sì, quelli che erano stati sulla Luna erano tutti militari ma dopo hanno cominciato ad aprire il campo a fisici, a ingegneri, non necessariamente provenienti dal mondo della ricerca e non necessariamente militari.

QUINDI LEI AL CONTRARIO DELLA SUA COLLEGA SAMANTHA CRISTOFORETTI, PER ESEMPIO, NON È UN PILOTA…

No, io ho imparato poi a pilotare perché fa parte dell’addestramento, però non è la mia professione principale. Io sono un ricercatore, ho lavorato quindici anni al CNR e mi sono occupato prevalentemente di ricerca in astrofisica.

LEI DICEVA PRIMA CHE A QUINDICI ANNI ERA APPASSIONATO DI FANTASCIENZA…

Sì, sì, leggevo romanzi: Arthur C. ClarkeAsimov – ancora a casa ho una quantità di Urania, qualche centinaio – e ho continuato a leggerla per molti anni, adesso meno perché ho poco tempo, comunque mi piace ancora oggi

QUINDI A LEI PIACE LA FANTASCIENZA SPAZIALE, ESSENZIALMENTE…

Sì, ma non solo; prevalentemente sì, ma non necessariamente.

HA CITATO CLARKE E ASIMOV, ALTRI SCRITTORI CHE LE PIACCIONO?

Il mio preferito è Arthur C. Clarke, però come ho detto ho letto anche Asimov, la Trilogia Galattica, ho letto tutti racconti sui robot, ho letto anche Bradbury, testi meno tecnologici ma magari più poetici. Cronache marziane rimane comunque un classico.

LE DISPIACE NON ESSERE MAI ANDATO SULLA LUNA?

Be’, certo io sono arrivato troppo tardi per la Luna, nel senso che ero ancora troppo  giovane nel periodo in cui hanno fatto le missioni lunari. E certamente sono arrivato troppo presto invece per le missioni di Marte. Un po’ mi dispiace ma l’esperienza comunque che ho fatto nello spazio rimane un’esperienza indimenticabile.

LO CREDO, LO CREDO DAVVERO! MA PERCHÉ SONO STATE INTERROTTE SECONDO LEI LE MISSIONI LUNARI?

Perché l’obiettivo principale da parte degli americani era quello di battere i russi, che avevano già avuto notevoli successi perché erano stati i primi a mettere in orbita un essere umano e così via; avevano  battuto gli americani su diversi fronti e quindi gli americani hanno in qualche modo lanciato l’obiettivo di raggiungere la Luna e di arrivare primi. Quindi con questo obiettivo hanno scelto un progetto che li portava rapidamente sulla Luna, ma con grandi rischi e soprattutto con costi insopportabili.

QUINDI LEI DICE CHE DA PARTE DEGLI AMERICANI ERA SOLO UN PROGETTO POLITICO, NON SCIENTIFICO. NON STRETTAMENTE SCIENTIFICO…

Ma anche da parte dei russi! Era un’opposizione tra due potenze, per dimostrare chi era più avanzato. La parte scientifica era molto marginale, e infatti una volta raggiunto l’obiettivo non hanno continuato, sia perché era troppo pericoloso dal punto di vista proprio dei rischi sia perché era diventato estremamente costoso.

PERÒ MI SEMBRA CHE ATTUALMENTE LE VARIE MISSIONI SOPRATTUTTO INTERNAZIONALI SIANO PIÙ ORIENTATE SULLA RICERCA SCIENTIFICA…

Sì, dopo la Luna è cambiato anche il clima politico. I russi hanno scelto la loro strada che era quella di costruire basi nello spazio, hanno costruito diversi stazioni orbitanti – la Saljut, la Mir – mentre gli americani hanno scelto un veicolo tecnologico come lo Shuttle, e quindi due strade diverse. Poi a un certo punto i due si sono ricongiunti proprio nel momento in cui è stata costruita la Stazione Spaziale Internazionale, perché gli americani avevano bisogno di sviluppare la tecnologia per rimanere in orbita a lungo, cosa che i russi avevano già fatto e loro no, e i russi volevano avere accesso a tecnologie più avanzate come erano quelle americane, quindi i due interessi sì sono in qualche modo fusi in un unico progetto che è quello di oggi, cioè appunto la Stazione Spaziale Internazionale. Che oltre a russi e americani, che sono i partner principali, vede anche l’Europa, il Giappone, il Canada e così via, un programma internazionale che ha cambiato il modo di vedere lo spazio, non più come concorrenza ma come collaborazione tra diverse tecnologie.

ADESSO CI SI SONO MESSI ANCHE I CINESI…

I cinesi sono arrivati più tardi ma certamente stanno bruciando le tappe in poco tempo, facendo delle imprese molto complesse perché hanno fatto atterrare una sonda sulla parte nascosta della luna che è una impresa che nessuno aveva mai fatto prima e stanno anche pensando di portare gli uomini, i loro astronauti, sulla Luna e quindi sicuramente la Luna tornerà a essere un obiettivo importante nei prossimi anni. La NASA stessa ha deciso che tornerà sulla Luna nei prossimi anni: sembra che la Luna sia tornata di moda

QUINDI LEI VEDE BENE IL FUTURO DELL’ESPLORAZIONE SPAZIALE, SOPRATTUTTO DAL PUNTO DI VISTA DELLA RICERCA SCIENTIFICA?

Sicuramente la ricerca sarà un elemento ma credo che ce ne saranno anche altri, ad esempio quello economico. Il fatto che i privati siano entrati in questo business e si siano impegnati investendo risorse nella costruzione di veicoli spaziali è un segnale che lo spazio diventa un ambiente in cui si può immaginare anche attività privata, questo è l’altro pezzo importante. Non è escluso che sulla luna oltre andarci le agenzie nazionali ci vadano anche i privati: Elon Musk della SpaceX ho detto che lui è in grado di costruire dei veicoli per andare su Marte, e anche Bezos, quello di Amazon, ha detto la stessa cosa. Quindi anche i privati potrebbero essere dei protagonisti della corsa verso la Luna.

MA UNA COSA MI LASCIA PERPLESSO,  PERCHÉ SENTO PARLARE APPUNTO DI TURISMO SPAZIALE. MA CONSIDERANDO LA FATICA E L’ADDESTRAMENTO CHE LEI E I SUOI COLLEGHI AVETE AVUTO, NON SARÀ UN PO’ COMPLICATO PER UNO CHE VOLESSE PROPRIO FARE IL TURISTA SOTTOPORSI A QUESTO DURO ADDESTRAMENTO?

Diciamo che le prime proposte di turismo spaziale riguardano soprattutto voli sub orbitali, non esattamente la stessa cosa che fanno gli astronauti.  Si tratta di andare su con un veicolo che arriva a cento chilometri e provare l’esperienza di essere nello spazio per qualche decina di minuti, in assenza di peso.

ANDARE NELLO SPAZIO È UTILE PER I RISVOLTI CHE CI POSSONO ESSERE PER LA VITA NORMALE DELL’UOMO? IN PASSATO PER I VIAGGI SPAZIALI SONO STATI UTILIZZATI MATERIALI E TECNOLOGIE CHE POI HANNO TROVATO APPLICAZIONE ANCHE NELLA VITA DI TUTTI I GIORNI, PER ESEMPIO IL TEFLON. VALE ANCORA LA PENA DAL PUNTO DI VISTA SOCIALE CONTINUARE CON QUESTE ESPLORAZIONI?

Io direi senz’altro di sì, appunto lei notava che si è prodotto un avanzamento delle conoscenze sulla Terra, io potrei citarle il sistema di navigazione satellitare o semplicemente il fatto che i computer oggi sono estremamente più potenti e compatti grazie alle missioni lunari. E quindi certamente la tecnologia applicata allo spazio poi ci torna e può essere utilizzata per migliorare la qualità della vita sulla Terra, ma sarà ancora di più così nel futuro se pensiamo alla possibilità di andare a utilizzare risorse.

Lo spazio noi lo abbiamo usato solo come ambiente in cui cimentarsi o in cui lavorare,  adesso cominciano a pensare alla possibilità di trovare delle risorse. Si può trovare per esempio acqua sulla Luna e di acqua sulla Terra ce n’è in abbondanza, ma l’acqua della luna si trova già nello spazio quindi è più facile utilizzarla. Poi ci sono delle materie prime che possono essere elementi rari che sulla Terra cominciano a scarseggiare e che però sono diventati sempre di più essenziali nella produzione di tecnologie:  stanno nei telefonini, stanno nelle batterie di ultima generazione e sono in tutti quei dispositivi che noi oggi usiamo quotidianamente. Ovviamente dobbiamo verificare che ce ne sia una percentuale più alta e così possiamo continuare con risorse che potranno essere disponibili grazie al fatto che i costi dei voli spaziali si abbassano e possono diventare una spinta all’economia.

BENISSIMO! IO SO CHE LEI DOPO AVER FINITO LA CARRIERA HA COMINCIATO UN’ATTIVITÀ DI DIVULGATORE E HA SCRITTO DIVERSI LIBRI: NE VUOLE CITARE QUALCUNO CHE RITIENE PARTICOLARMENTE INTERESSANTE?

Ce ne sono due che sono freschi di stampa. Uno è uscito qualche mese fa e si chiama Voglio la Luna. È pubblicato da Editoriale Scienza ed è proprio come dice il nome un libro dedicato alla Luna, ma non solo dal punto di vista spaziale, anche un po’ le storie che riguardano la Luna – la letteratura,  le canzoni, le bandiere  – cioè una panoramica a 360° sulla Luna come immaginario. Poi naturalmente ci sono anche le missioni lunari, ci sono gli aspetti scientifici  – ad esempio come funzionano le eclissi, come funzionano le maree – e poi ci sono le esplorazioni e quello che sarà il futuro; tutto questo con dei bellissimi disegni, è davvero un libro molto carino. Invece l’ultimo, l’ultimissimo che è uscito il 30 aprile è La guida per giovani astronauti: è un po’ una specie di manuale  per chi oggi ha dieci-quindici anni che un giorno magari si troverà a vivere queste esperienze nello spazio di cui abbiamo parlato. Saranno loro quelli che faranno tutte quelle cose e ho voluto parlare di quante sono le opportunità ma anche quali possono essere le difficoltà che bisogna superare.

VORREI FINIRE CON UNA DOMANDA PIÙ LEGGERA MA DI ATTUALITÀ: LEI, CHE CI HA GIRATO ATTORNO, PUÒ GARANTIRCI CHE LA TERRA È ROTONDA?

(Ride) Sì, assolutamente sì, non c’è nessun dubbio!

LA RINGRAZIO TANTISSIMO PER LA SUA GENTILEZZA, È STATA PROPRIO UNA BELLA E UTILE CHIACCHIERATA!

Gian Filippo Pizzo

Intervista tratta dal volume La luna nell’immaginario di prossima pubblicazione per Odoya Edizioni.

LA LUNA NEL CINEMA DI FANTASCIENZA – di Gian Filippo Pizzo

LA LUNA NEL CINEMA DI FANTASCIENZA (E DINTORNI)

di Gian Filippo Pizzo

 

 

L’immagine del volto della Luna con una smorfia di dolore per la navicella spaziale conficcata nell’occhio destro è da tempo diventata iconica, utilizzata per pubblicità, copertine, manifesti eccetera. Si tratta in realtà di un fotogramma di un celebre film, Il viaggio nella Luna di Georges Méliès del 1902, che possiamo considerare il primo film di fantascienza della storia (anche se il genere, in inglese science fiction, sarebbe nato ufficialmente nel 1926 con la pubblicazione della rivista Amazing Stories). L’arte cinematografica era invece nata il 28 dicembre 1895, quando Auguste e Louis Lumière avevano proiettato per la prima volta una pellicola in una sala con pubblico pagante, ma dal punto di vista tecnico a loro si devono solo dei miglioramenti al lavoro di altri (tra i quali Thomas Alva Edison), miglioramenti comunque essenziali: i fori a lato della pellicola, che permettono il trascinamento regolare della stessa, e l’uso di una unica apparecchiatura – il cinématographe – sia per filmare che per proiettare. Se i fratelli Lumière filmavano quasi solo scene di vita reale fu il citato Méliès, uomo di teatro che si appassionò alla novità, a intuire che il cinematografo poteva servire anche per una narrazione. Successe per caso: mentre riprendeva il traffico in un boulevard di Parigi gli si inceppò la macchina e quando più tardi sviluppò la pellicola vide come per magia un landau trasformarsi in un carro funebre; la tecnica del “fermo immagine” o stop motion – che per decenni sarebbe stato il principale “trucco” cinematografico – gli consentiva di sviluppare coerentemente una storia ed è per questo che nel cimitero di Père Lachaise di Parigi, dove è sepolto, è ricordato come “Il creatore della spettacolo cinematografico”. Tra le tante pellicole da lui dirette e interpretate, tutte di argomento fantastico, Le voyage dans la Lune è il più importante e celebrato: fu un grande successo internazionale, tanto che sembra persino che le sale cinematografiche siano nate proprio per poterlo proiettare, mentre in precedenza si utilizzavano i teatri di prosa. E’ chiaramente ispirato al romanzo Dalla Terra alla lunadi JulesVerne in tutta la prima parte, quella relativa alla progettazione, alla costruzione e al lancio della navicella, mentre la seconda parte è dovuta all’immaginazione del regista. Non è credibile la tesi che questa parte sia ispirata a I primi uomini sulla Lunadi Wells perché la trama è molto diversa, semmai le si avvicina di più la versione di Segundo de Chomon. Ricordiamo infatti che nel romanzo di Verne, e nel suo seguitoAttorno alla Luna, i terrestri non arrivano sul nostro satellite, mentre nel film di Méliès vi atterrano, si scontrano con i sui abitanti che non sono amichevoli ma per fortuna possono essere sconfitti a colpi di ombrello (!), poi tornano indietro semplicemente lasciando che la capsula spaziale “cada” verso la Terra, dove sono accolti con grandi onori. Per l’epoca il film può considerarsi un kolossal: vi erano una quantità di comparse, tra cui le ballerine del corpo di ballo dello Châtelet e gli acrobati delle Folies-Bergère, e la sua durata, che pare in origine fosse di ventuno minuti mentre le copie oggi rimaste sono di quindici, era notevole; alcune copie furono colorate a mano (oggi ne sopravvive solo una). In effetti è un tripudio di inventiva, effetti speciali, costumi sfarzosi.

Questo successo diede ovviamente impulso alla cinematografia lunare e già nel 1908 vi fu un secondo viaggio con Excursions dans la Lune dovuto a Segundo de Chomon, altro cineasta famoso all’epoca e che aveva lavorato con Méliès, che per la verità è un vero e proprio plagio del film precedente – anche se allora il concetto di plagio non esisteva – perché ne segue pedissequamente tutta la messa in scena, differenziandosi solo per gli effetti speciali, forse un po’ più tecnici ma meno immaginifici. Lungo tuttavia solo 7 minuti, ha qualche piccola differenza: la navicella spaziale non colpisce l’occhio della Luna ma vi entra in bocca, e i terrestri sono ben accolti dai seleniti con un balletto e lasciati ripartire tranquillamente. Dopo un altro film dallo stesso titolo, ma in inglese: A Trip to the Moon, nel 1914, del quale non si sa niente perché è perduto, è la volta del romanzo di Herbert George Wells I primi uomini sulla Luna a essere trasposto per il cinema nel 1919 dagli inglesi Bruce Gordon e J.L.V. Leigh. Anche questo The First Men in the Moon è oggi perduto ma ne sono sopravvissuti alcuni fotogrammi e rimane una recensione dalla quale si capisce che è abbastanza fedele al romanzo, sia pure con l’aggiunta di una storia sentimentale e di un lieto fine. La Luna di queste opere è descritta come dotata di atmosfera anche se molto rarefatta, di acqua e di rare piante, e abitata da una popolazione molto evoluta che vive nel sottosuolo. Di tutt’altro avviso è Fritz Lang, che dieci anni più tardi descrive una Luna deserta e inospitale ma ricca di oro, che è il motivo per il quale viene organizzata la spedizione. Tratto da un romanzo dell’anno prima di Thea von Harbou, sceneggiatrice allora moglie del regista, Una donna sulla Luna è l’ultimo film muto di Lang e probabilmente anche il più brutto di un regista che con I Nibelunghi eMetropolis aveva filmato due assoluti capolavori. L’intreccio melodrammatico, con il triangolo amoroso, il capitalista avido e l’amore che alla fine trionfa, è veramente penoso, ma in questa sede sono altri i particolari che ci interessano, e precisamente l’accuratezza scientifica dei dettagli del volo, per i quali il regista si era rivolto a due pionieri della missilistica, Willy Ley e Hermann Oberth, i cui calcoli furono così accurati e talmente simili ai progetti reali dei razzi V1 e V2 che la Gestapo alla fine della Seconda Guerra Mondiale li fece sparire. Altro particolare curioso è che fu in occasione di questo film che venne inventato il “conto alla rovescia” poi divenuto abituale in occasioni di lanci spaziali e in tante altre.

Con questo film si chiude il periodo del cinema muto e per avere un altro film “lunare” si dovrà aspettare il dopoguerra, esattamente il 1947, quando, in un film messicano, Buster Keaton va sulla Luna. In realtà si racconta di un poveraccio che finisce per sbaglio in un razzo ed è convinto di essere atterrato sul nostro satellite, dove trova degli esseri identici a noi ma dal comportamento molto bizzarro: il razzo ha fatto solo un breve volo ed è rimasto sulla Terra, per cui la conclusione di questa commedia satirica, non molto ben riuscita e con il celebre attore ormai decaduto, è che i veri “alieni” siamo noi stessi. Una vera – sempre in senso cinematografico, dove intanto è arrivato l’uso regolare del colore – spedizione sulla Luna si ebbe poi nel 1950 con Uomini sulla Luna, film dallo stile quasi documentaristico e molto accurato dal punto di vista tecnologico: non a caso i consulenti sono gli stessi di Die Frau im Mond, ossia gli ingegneri spaziali Hermann Oberth e Willy Ley, dopo la guerra emigrati in America. La storia è tutta concentrata sull’impresa del viaggio extraplanetario, dell’esplorazione del nostro satellite e del problematico ritorno sulla Terra, senza avventure strane e persino con l’assenza di qualsiasi storia personale o sentimentale che coinvolga gli astronauti (per una volta Hollywood fa a meno di mogli preoccupate o di fidanzate trepidanti). Sarà un successo che aprirà la strada ai kolossal fantascientifici, da attribuire principalmente al produttore di origine ungherese George Pal, che si occupa personalmente degli effetti speciali che vinceranno l’Oscar e che si affida a collaboratori di prim’ordine: il regista Irvin Pichel, il disegnatore Chesley Bonestell che dipinge fondali molto realistici ma anche affascinanti, lo scrittore Robert Heinlein il cui romanzo Razzo G.2 ispira il soggetto e che partecipa anche alla sceneggiatura. I titoli di coda hanno un sapore profetico: dopo il tradizionale THIS IS THE END compare OF THE BEGINNING, è la fine solo dell’inizio. Dimenticabile il successivo Quei fantastici razzi volanti di Arthur Hilton del 1953, forse meglio conosciuto anche in Italia con il titolo originale Cat Women of the Moon, che racconta di una spedizione che raggiunge il nostro satellite, dove trova atmosfera respirabile e gravità pari a quella terrestre, e una popolazione femminile dotata di poteri telepatici (ma solo nei confronti delle donne) che minaccia di invadere la Terra.

Poco dopo, nella vita reale, si ha il primo satellite artificiale messo in orbita attorno alla Terra, lo Sputnik 1 del 1957, ed è già cominciata la “corsa allo spazio” che vede contendere USA e URSS, e anche la letteratura e il cinema di fantascienza hanno incrementato la loro produzione, quindi non è strano trovare delle opere che satireggiano la situazione. Il grande Antonio de Curtis nel 1958 gira per la regia di Steno Totò nella Luna, una farsa tipica dell’epoca, una commedia degli equivoci che vedrà il Principe della risata, ben coadiuvato da Ugo Tognazzi, Sylva Koscina, Luciano Salce, Sandra Milo e altri bravi caratteristi, arrivare per errore sul nostro satellite. Totò è un tipografo e dirige una rivista scandalistica, sulla quale il suo fattorino Achille (Tognazzi) riesce a pubblicare un racconto di fantascienza, provocando le ire del proprietario; tra i due scoppia una lite e Achille viene ricoverato, ma si scopre che il suo sangue è ricco di “glumonio”, una sostanza che lo rende adatto ai viaggi spaziali. Per questo viene contattato da Cape Canaveral, ma per una serie di equivoci alla missione spaziale parteciperà Totò, che si ritroverà sulla Luna dove incontrerà una copia di Achille… Per quanto non sia tra i migliori di Totò si tratta di una divertente parodia della fantascienza, sia cinematografica che letteraria, in particolare di La morte viene dallo spazio del 1958, primo film italiano di fantascienza, e di L’invasione degli ultracorpi (1956), i cui celebri “baccelloni” diventano qui “cosoni”. L’anno successivo troviamo il mediocre Missili sulla Luna di Richard Cunha, remake sexy dell’altrettanto non memorabile Cat Women of the Moon, nel quale due delinquenti si nascondono in un razzo che arriva sul nostro satellite per scoprire che è abitato da una popolazione di fanciulle che vivono nel sottosuolo perennemente minacciate da ragni giganti. Nonostante l’ambientazione sotterranea è ben visibile il paesaggio del Red Rock Canyon in California – dove il film fu girato – con le sue piante e il cielo terso: un habitat decisamente molto poco lunare! Altro film dall’intento satirico è Mani sulla Luna di Richard Lester (1962), ambientato nel minuscolo e inesistente Ducato di Gran Fenwick che era già stato teatro delle vicende raccontate ne Il ruggito del topo (1959). Questa volta si scopre che il pregiato vino prodotto nel Ducato è adattissimo come propellente e quindi viene chiesto l’aiuto di USA e URSS per poter finanziare l’impresa di una spedizione sulla Luna; le due potenze sospettano che sia un trucco – come in effetti è – per poter avere aiuti finanziari, ma non possono tirarsi indietro: finirà che la spedizione riesce davvero e sulla Luna verrà innalzato il vessillo di Gran Fenwick. Il film, nato per satireggiare la mania spaziale delle due superpotenze finisce per essere più comico che satirico, ma è una serie di gag molto divertenti, di puro humour britannico (il “conto alla rovescia” viene interrotto per non saltare il tradizionale tè delle cinque!), con situazioni ben congegnate rette da attori di razza quali Terry Tomas e “miss Marple” Margaret Rutherford. Uno dei personaggi minori, lo scienziato tedesco emigrato in America che inneggia a Hitler, deve aver ispirato Stanley Kubrick per il suo Dottor Stranamore.

Segue un nuovo adattamento de I primi uomini sulla Luna di H.G. Wells con Base Luna chiama Terra del 1964 diretto da Nathan Juran e sceneggiato da Nigel Kneale (creatore del personaggio del Professor Quatermass) con gli effetti speciali del famoso Ray Harryhausen. Pur con qualche differenza nella storia, come la distruzione dei seleniti causata dal germe del raffreddore di cui soffre il professor Cavor (idea ripresa da un altro romanzo wellsiano, La guerra dei mondi del 1897) e privo, come del resto altre pellicole ricavate dal romanzo, della descrizione della società selenita (che nel romanzo è di tipo socialista, secondo l’ideologia di Wells) il film si fa apprezzare per la messa in scena. Nel 1967 è la volta di un grande regista, Robert Altman, di occuparsi di una spedizione lunare in Conto alla rovescia, film che avrà però delle vicissitudini produttive, Altman sarà allontanato e il finale sarà girato da William Conrad così che uscirà nel febbraio dell’anno dopo. Il motivo del dissidio sta nel fatto che Altman si concentra sull’aspetto psicologico dei protagonisti e sui retroscena culturali e politici dell’impresa – e ci riesce benissimo – mentre la Warner Bros avrebbe voluto più azione. In sintesi la storia racconta di una spedizione statunitense da fare al più presto per non essere battuti dai Russi, complicata dal fatto che i sovietici hanno approntato un equipaggio civile e gli USA devono adeguarsi, sostituendo in corsa il militare designato; la spedizione riuscirà, al contrario di quella russa, anche se l’astronauta riesce a salvarsi per il rotto della cuffia, in un finale di tensione. Alla fine si tratta di un prodotto modesto, valido dal punto di vista tecnico grazie al ricorso a materiale documentario, con Robert Duval e James Caan che esprimono ottimamente le esigenze autoriali di Altman.

Sebbene la trama sia molto più estesa e non concentrata sulla Luna non si può qui non ricordare 2001: Odissea nello spazio, immortale pellicola di Stanley Kubrick, perché alcune scene importanti sono ambientate proprio sul nostro satellite, nel cratere Clavius dove c’è la base statunitense e soprattutto nel cratere Tycho dove viene ritrovato il celebre “monolito” che è alla base del film. Ma siamo arrivati al 1968: appena un anno dopo l’uomo metterà davvero i piedi sulla Luna e l’epoca del sogno sarà finita perché ne comincia un’altra. Infatti proprio in occasione dell’allunaggio molti sostennero la fine della fantascienza (dimenticando tra l’altro che questo genere letterario non era limitato all’esplorazione spaziale ma anzi la sua parte più importante era quella che specula sul futuro, non solo dal punto di vista tecnologico ma soprattutto da quello sociale e politico) e in effetti la Luna viene messa da parte, ma solo perché l’orizzonte si amplia, ora si pensa a Marte e ancora più lontano. Non è quindi un caso che la successiva cinematografia lunare non si occupi più dei tentativi di esplorazione del nostro satellite ma, proprio a partire da 2001, lo consideri già colonizzato. Infatti nel film successivo, il modestissimo Luna Zero Due del 1969, la Luna del 2021è già parzialmente abitata e vista come la “nuova frontiera” da conquistare; la pellicola fu pubblicizzata come il primo “western spaziale” e del genere western segue gli stilemi più banali, dal cavaliere (nel caso un pilota di astronavi) intrepido alla donzella in pericolo, dalla caccia al tesoro (un asteroide interamente di smeraldo) al possidente avido e spietato, dalle scazzottate nel bar alle sparatorie (ovviamente con pistole laser). Prodotto dalla Hammer, giustamente famosa per la sua produzione horror e che non riuscì mai a sfondare nella fantascienza (a parte l’eccezione del ciclo del Dottor Quatermass), e diretto da un Roy Ward Baker in altre occasioni migliore, è mediocre in tutto, dalla scenografia ai costumi (troppo simili a quelli della coeva serie televisiva U.F.O.), dalla trama alla recitazione.

Dovranno passare venti anni perché la Luna si riaffacci nella cinematografia, e, appunto, si tratterà solo di apparizioni sporadiche, senza nessun prodotto che la metta al centro della narrazione. In Moontrap – Destinazione Terra (Robert Dyke, 1989), che mescola civiltà perdute, extraterrestri, esplorazione spaziale, cyborg e scene horror in un pasticcio inenarrabile, due astronauti a bordo di una navicella Apollo trovano sulla Luna i resti di una civiltà terrestre nonché una bella fanciulla in animazione sospesa che si rivela una aliena… Nell’altrettanto dimenticabile LunarCop – Poliziotto dello spazio (Boaz Davidson, 1994), ambientato nel 2050, le colonie lunari offrono una sistemazione migliore rispetto alla Terra, ormai desertificata a causa del buco nell’ozono, ma la trama di tipo spionistico per il possesso di una scoperta che potrebbe migliorare la situazione atmosferica si svolge per lo più su Terra, con un agente selenita mandato a impadronirsi della formula che finisce per aderire a un gruppo di ribelli che contrasta le mire espansionistiche dell’imperatore della Luna. Ancora minori gli accenni che troviamo in altri film: in Star Trek: Primo contatto(Jonathan Frakes, 1996) si dice che la Luna è ormai abitata da cinquanta milioni di persone, in Starship Troopers – Fanteria dello spazio (Paul Verhoeven, 1997) scopriamo che l’accademia della flotta spaziale che combatte contro gli alieni Aracnidi è situata proprio nel nostro satellite, in Austin Powers – La spia che ci provava (Jay Roach, 1999) essa ospita un gigantesco laser con il quale si vorrebbe distruggere Washington (qualcosa di simile c’era già stato in Inferno nella stratosfera di Inoshirō Honda del 1959, in cui l’invasione aliena partiva da una basa situata nel lato nascosto della Luna). E, ancora, in Iron Sky (Timo Vuorensola, 2012) viene scoperta, sempre nel lato nascosto, una colonia segreta fondata da nazisti nel 1945, mentre in Men in Black 3 (Barry Sonnenfeld, 2012) il nostro satellite è stato adibito a colonia penale di massima sicurezza (anche se l’alieno cattivo di turno riesce a evadere), ma sarebbe inutile ricordare tutti i casi in cui ci sono citazioni di questo tenore. Curioso poi il caso di Capricorn One (Peter Hyams, 1978), ispirato dalle teorie negazioniste che peraltro finisce per alimentare: dopo la conquista lunare si progetta quella marziana ma un guasto impedisce la partenza, così la NASA per non perdere la faccia e i finanziamenti inscena un falso “ammartaggio”, che viene però scoperto da un giornalista dando così l’avvio a una vicenda thriller molto ben congegnata. Segnaliamo anche alcuni film in cui la Luna è scomparsa, distrutta dagli uomini (Il pianeta delle scimmie, 1968, di Franklin J. Schaffner; The Time Machine, 2002, di Simon Wells) o dagli extraterrestri come in Guida galattica per autostoppisti (Garth Jennings, 2006), dove viene comunque “ricostruita”, e in Oblivion (2013, Joseph Kosinsk), dove questa distruzione provoca sulla Terra grandi cataclismi, e che comunque è un film rispettabile anche se per altri motivi. Nel frattempo era però uscito, nel 2009, un film che con il nostro discorso ha molto più a che fare a partire dal titolo, Moon di Duncan Jones, talentuoso figlio di David Bowie già regista di videoclip e qui alla sua prima opera lunga. Il protagonista Sam Bell, ben interpretato da Sam Rockwell, lavora alla stazione mineraria Selene (nell’originale Sarang) dove gestisce l’estrazione di rocce dalle quali si estrae l’elio-3 utilizzato su Terra come carburante; è da solo, coadiuvato dalle macchine e ha come unica compagnia una intelligenza artificiale chiamata Gerty. Il suo contratto triennale sta per finire ma proprio un paio di settimane prima del suo previsto ritorno sul nostro Pianeta scopre una copia di se stesso, che ritiene esse un suo clone salvo poi accorgersi di essere un clone egli stesso. Da questo momento in poi la narrazione assume toni drammatici, i rapporti tra lui e l’altro Sam si fanno sempre più problematici e soprattutto egli – e con lui lo spettatore – si chiede cosa ci sia dietro, se esistano altri cloni, chi gestisce il software che permette a Gerty di agire a sua insaputa (infatti gli impedisce di comunicare con la base terrestre), dov’è il Sam Bell originale, eccetera. Non diciamo altro se non che il film è un piccolo gioiello, giustamente lodato, problematico senza essere intellettuale, ottimamente diretto e sceneggiato, con una musica indovinata, e se Duncan Jones ha abbondantemente rubacchiato da altri celebri film (soprattutto Solaris per le copie del protagonista,Blade Runner per l’atmosfera generale, 2001 Odissea nello spazio per il ruolo dell’intelligenza artificiale che ricorda quello di HAL 9000, Atmosfera Zero per l’ambientazione) lo ha fatto con mano leggera e molta intelligenza.

Se finora abbia parlato di film di fantascienza non bisogna però dimenticare che ci sono anche film realistici che si sono occupati della conquista dello spazio e dei problemi da essa derivanti. Un po’ a margine del nostro discorso, perché non riguardano direttamente la Luna, vogliamo qui citare due ottimi biopic: Cielo d’ottobre di Joe Johnston del 1999 e Il diritto di contare di Theodore Melfi del 2016. Il primo racconta la storia di Homer H. Hickam jr., nato povero in una famiglia di minatori e destinato a quel mestiere, che vedendo da ragazzo passare nel cielo il primo Sputnik si appassionò alla missilistica, riuscì a costruire un razzo artigianale e poi a laurearsi in ingegneria fino a divenire responsabile dei motori dello Shuttle e addestratore degli astronauti. Il secondo, molto bello, narra la vicenda di Katherine Johnson, matematica e fisica afroamericana collaboratrice della NASA, che sfidando i pregiudizi razziali e sessisti riuscì a imporre la sua abilità nel fare calcoli e nel calcolare traiettorie – abilità superiore a quella dei suoi colleghi bianchi e maschi – diventando indispensabile per i progetti Mercury e soprattutto per l’Apollo 11: senza di lei e delle sue colleghe parimenti di colore la missione dell’allunaggio non sarebbe riuscita. Sullo stesso tenore Uomini veri di Philip Kaufman (1983), che racconta l’addestramento dei piloti collaudatori americani (Shepard, Glenn, Grissom, Cooper, Schirra, Carpenter, Slayton) fino alla loro promozione ad astronauti del progetto Mercury, e Tramonto di un eroe di David Saperstein (1989) dove un ragazzo un po’ scapestrato e appassionato di astronomia fa la conoscenza di un vecchio astronauta che diverrà suo maestro di vita e lo farà partecipe di un segreto: durante un viaggio sulla Luna aveva rinvenuto un oggetto che non era di fabbricazione umana. Film non eccezionale ma forse ugualmente da riscoprire, è dedicato agli astronauti che persero la vita nell’incidente dell’Apollo 1.

Normalmente etichettato come fantascienza è invece molto realistico Apollo 13 di Ron Howard (1995), ispirato alla vera vicenda della missione ricordata nel titolo, del 1970, che com’è noto ebbe numerosi problemi e rischiò di finire in tragedia: la frase “Houston, abbiamo un problema” (che in realtà era “Houston, abbiamo avuto un problema”) diventò da allora di uso comune. La vicenda era già stata filmata addirittura nel 1974 nel meno riuscito Apollo 13: un difficile rientro di Lawrence Doheny. Come ha ricordato nel suo libro Lost Moon del 1994, servito da base per la sceneggiatura, il comandante della spedizione Jim Lowell dovette annullare l’allunaggio per un’esplosione nel modulo di servizio che causò una perdita di ossigeno e di energia elettrica, cosa che mise a rischio anche la fase di rientro, complicata inoltre da un blackout nelle comunicazioni. La situazione destò allarme in tutto il mondo e tutti stettero per tre giorni incollati a radio e tv per seguirne l’evoluzione; l’ottimo Ron Howard dà un resoconto puntuale della vicenda, compresi i dettagli tecnici, limitandosi a drammatizzare qualche episodio per esigenze sceniche ma senza tradire la storia, ben coadiuvato dalla sceneggiatura dello stesso Lowell e di Jeffrey Kluger (coautore di Lost Moon), dalla collaborazione tecnica della stessa NASA, dagli attori Tom Hanks (che interpreta Lowell, questi presente in una comparsata), Bill Paxton, Kevin Bacon, Gary Sinise, Ed Harris. Il budget miliardario permette sofisticati effetti speciali e il risultato è un suspense spaziale molto ben congegnato e giustamente pluripremiato. A proposito di missioni Apollo – e torniamo per un attimo alla pura finzione – vale la pena segnalare benché mai arrivato in ItaliaApollo 18 di Gonzalo López-Gallego (2011), girato con la tecnica del falso documentario o found footage, che prende lo spunto da una missione mai realizzata (si sarebbe dovuta svolgere nel 1974). Vi si immagina che la diciottesima spedizione della serie trovi sulla Luna delle videoregistrazioni lasciate da precedenti astronauti che documentano la presenza di creature aliene ostili e pericolose, e questo sarebbe il motivo alla base della chiusura delle missioni lunari. Siamo più dalle parti dell’horror, genere che peraltro mancava in questa rassegna! Chiudiamo con un’altra biografia, quella dell’astronauta Neil Armstrong, raccontata da Damien Chazelle in First Man – Il primo uomo (2018) sulla sceneggiatura di Josh Singer tratta dal libro omonimo di James R. Hansen. Il film, grazie anche all’accuratezza della fonte letteraria, ci restituisce la figura di quest’uomo riservato, padre amorevole e marito perfetto, pilota in gamba, sognatore e determinato. Ne ripercorriamo la vicenda umana, dalla drammatica morte della figlioletta di quattro anni alla decisione di candidarsi per un posto di astronauta, dall’addestramento alle prime missioni, dal rapporto con i colleghi fino all’apoteosi dell’allunaggio: tutta la seconda parte è un inno all’americanissimo spirito della frontiera, al sogno della conquista, al valore della tecnologia. Il sempre più emergente Chazelle dirige con passione e competenza, citando consapevolmente2001 di Kubrick nei primi piani che inquadrano il casco dell’astronauta con i suoi riflessi e nella scena di quasi danza dei moduli spaziali sorretta dalla splendida musica di Justin Hurwitz (anche se qui non è un valzer); Ryan Gosling è perfetto nel ruolo principale, ottimamente coadiuvato da Claire Foy che interpreta la moglie e dagli altri attori. Al di là delle differenze tra le biografie di Armstrong e di Lowell e dal fatto che Apollo 13 era drammatico mentre questo è più incentrato sulla psicologia di Armstrong, tutta la prima parte è quasi un remake del precedente: scene simili nell’addestramento degli astronauti e nei rapporti tra di loro, simili i comportamenti delle rispettive mogli, stesso afflato verso la meta, uguali la centrale di controllo di Houston e i veicoli spaziali (d’altra parte le navicelle Apollo e i razzi Saturn erano gli stessi). Senza nulla togliere alla bellezza di questo film, che anzi ha qualcosa di unico: pur sapendo benissimo come finirà la storia lo spettatore viene mantenuto nella tensione di sapere come di evolverà la vicenda.

da: La Bottega del Barbieri 4 Giugno 2019

Questo articolo entrerà a far parte del seguente volume, di imminente pubblicazione:

Copertina Luna 4.jpg

“Sfida al Canyon Infernale” di R.E. Howard – recensione di Lucius Etruscus

Una nuova grande iniziativa del gruppo Mellonta Tauta porta in libreria e in digitale i racconti western inediti di Robert E. Howard

 

«Red Ghallinan era un pistolero. Forse non era una professione di cui vantarsi particolarmente, ma Red ne era orgoglioso.»

Così inizia uno dei racconti western INEDITI firmati da Robert E. Howard, meglio noto come il “papà” di Conan il barbaro.

Il gruppo Mellonta Tauta e Fratini Editore portano in libreria – e presto negli e-store – Sfida al Canyon Infernale, un’antologia imperdibile di racconti western mai apparsi finora in Italia, con introduzione di Gian Filippo PizzoWalter Catalano e Luca Ortinononché la traduzione attenta e ispirata di Roberto Chiavini.

Ecco la presentazione:

Antologia di racconti inediti che attraversa l’intera carriera dell’autore dagli esordi letterari sul quotidiano del paese natale a recuperi postumi, con pistoleri, bari, pellerossa, damigelle in pericolo, cercatori d’oro, precipizi, deserti, l’intero campionario dell’immaginario del Far West.

Universalmente noto come creatore del personaggio di Conan il barbaro, il texano Robert Erwin Howard (1906-1936) è stato uno scrittore estremamente prolifico nella sua pur breve vita tragicamente conclusasi e ha toccato quasi ogni genere di narrativa popolare, dall’avventura esotica all’horror, dal racconto storico al fantasy, al cappa e spada, ma più di ogni altra cosa ha amato la narrativa principe del suo territorio d’origine: il western.

Per saperne di più, www.fratinieditore.it/sfida_canyon_infernale.html

Immancabile la prima presentazione del volume, il prossimo 5 giugno a Firenze, presso Stratagemma, via de Servi 15 rosso, a due passi dalla cupola del Brunelleschi.

Sfida al Canyon Infernale di Robert E. Howard (Fratini Editore – Mellonta Tauta), 384 pagine, euro 20,00 – ISBN 978-88-6794-017-2

da: Thriller Magazine 22 maggio 2014

Le presenze invisibili di Philip Dick – recensione di Gian Filippo Pizzo

PHILIP K. DICK, Le presenze invisibili, Interno Giallo Mondadori, pp.490, ril., L.32.000.

Le presenze invisibili è il primo dei volumi di Tutti i racconti di Philip K.Dick. Rilevato che l’autore è molto più famoso per i romanzi (36), la pubblicazione in quattro libri (ne uscirà uno all’anno) dei ben 116 racconti prodotti è un’iniziativa notevole, perché consente di conoscere una produzione a torto considerata minore e di seguire l’evoluzione dello scrittore passo passo. Anche perché, pur se in Italia sono state pubblicate varie antologie di P.K.Dick, più di un terzo delle novelle risultano ancora inedite (in questo volume, che ne raccoglie 33, sono più della metà), mentre altre sono sparse su riviste e antologie miscellanee.

Nulla da aggiungere a quanto sull’autore ho scritto in passato, ma una precisazione la vorrei fare: in un articolo che ho pubblicato per segnalare l’iniziativa (Se non ci fosse il blobel impostore, “Urania”, n.1235) dicevo che Dick “… confeziona una serie di racconti che sono perfettamente in linea con la produzione di allora”. Molto più preciso è stato Vittorio Curtoni, che nell’introduzione all’antologia divide i racconti dickiani in tre gruppi, quelli imperniati sul tema della guerra, quelli di fantasia e quelli basati sulla trovata: “… un espediente tipico della sf degli anni Cinquanta, che però, come appare ovvio dai risultati, generalmente mediocri, Dick praticava più per necessità di mercato che non per vera convinzione personale”. La mia frase va ovviamente riferita a questo gruppo di racconti (quelli poi contestatigli da critici come Knight) e non certamente a tutti: i racconti di fantasia sono già pressocché perfetti, e quelli sulla guerra di uno standard superiore. Per essere più precisi: non li trovo “mediocri” come Curtoni, ma se pur inferiori agli altri ugualmente in linea con quanto appariva allora su molte riviste.

Per finire, vorrei ricordare che quest’edizione è arricchita dai commenti di Dick sulla genesi e il valore dei racconti più importanti e da una sua introduzione in cui viene illustrato il concetto di fantascienza come forma di letteratura creativa, concetto nel quale ho sempre creduto e che è anche per me il motivo per cui leggo e scrivo science fiction.

Gian Filippo Pizzo

da: Future Shock n. 14 (novembre 1994)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: