Le scrittrici italiane di fantascienza (fino al 1982) – di Gian Filippo Pizzo

Scrittrici italiane di fantascienza

Articolo già apparso su “Sf..ere” (n.23/’82), si pubblica per gentile concessione dell’Autore.

Le italiane e la fantascienza

                                                         di     Gian Filippo Pizzo

La prima notazione che si può fare riguardo alle scrittrici italiane di science fiction è che esse sono, percentualmente, in numero più grande che negli altri paesi. Se infatti il numero delle fantascrittrici nel mondo non supera la media del 10-15% (ed è aumentato di molto nell’ultimo decennio), come del resto avviene in qualsiasi campo dell’attività umana, ivi compresa la letteratura (con la ovvia eccezione dei campi tradizionalmente femminili: nel campo della narrativa, i romanzi “rosa”), in Italia questa percentuale è di molto superiore. È, se mi è concesso il dirlo, è superiore anche qualitativamente.
Tornando agli albori della fantascienza in Italia, si scopre che molti romanzi allora considerati di autori americani o comunque stranieri erano in realtà di italiani celati sotto pseudonimi esotici. E, sotto questi pseudonimi, si nascondevano anche delle donne, che a volte usavano nom de plumefemminili, ma spesso no. Chi avrebbe mai detto, ad esempio, che “Marren Bagels” e “Lionel Cayle” si chiamavano in realtà Maria de Barba e Leonia Celli? Altre scrittrici di quel periodo erano Bianca Nulli (che usava la firma: “Norah Bolton” o quella di “Beryl Norton”), Nora de Siebert (che avendo un nome già di per sé sufficientemente esotico non sempre usava quello di “Norman McKennedy”), Laura Pallaviciní (Lorraine Parr), Lina Gerelli (Ester Scott, Elizabeth Stern), Vera Cagnoli (John Sigma, pseudonimo usato anche da Ubaldo Tambini).
Il primato nell’uso degli pseudonimi va comunque a Roberta Rambelli, che ne ha usati moltissimi (Rocky Docson, Hunk Hanover, Joe C. Karpatí, Igor Latychev, i più usati John Rainbell e Robert Rainbell, e Jole Pollini, che invece è il suo cognome da sposata e che ha utilizzato per le traduzioni). Proprio con la Rambelli inizio questa piccola rassegna di fantanarratrici italiane che vale la pena di citare.

Roberta Rambelli ha scritto molti romanzi e racconti, è stata per circa sette anni curatrice di “Galassia” e delle altre edizioni de La Tribuna, ha curato antologie per vari editori, ha tradotto – e traduce ancora – una enorme mole di libri. Questa prolissità ha nuociuto alla qualità della sua opera e le sue prime prove non sono eccezionali: romanzi d’avventura, anche con idee valide, ma scritti con evidente fretta. Eppure ha dimostrato quando ha lavorato con più calma, di essere in grado di darci romanzi strutturalmente e stilisticamente più curati, per non dire dei racconti che, data la brevità, sono sempre buoni. Personalmente, preferiamo il racconto Dialogo con il dio a tutto il resto della sua opera, ma anche romanzi come Il ministero della felicità (il più valido tra le opere lunghe), Il libro di FarsLa pietra di GaunarPerché la Terra viva (senz’altro il più sognante) sono opere più che buone e che tutto sommato possono essere lette ancora oggi. Sono ancora da citare, per la produzione avventurosa, I creatori di mostriI giorni di Huskad e Nove storie per nove pianeti, un ciclo di racconti. Come ho detto, la Rambelli ha tutte le carte in regola per essere la migliore fra le nostre scrittrici, perché ha idee, sa drammatizzare in una narrazione, sa descrivere vicende e stati d’animo. Peccato che oggi sia talmente presa dal lavoro di traduttrice (che è più veloce e remunerativo) da non avere più il tempo di dedicarsi alla narrativa.

Con la Rambelli abbiamo praticamente esaurito il periodo degli anni ’50 e ’60, poiché se ci sono state altre autrici (oltre a quelle già citate) non vale la pena di parlarne, in quanto poco importanti sia per qualità che per quantità.

Il nome che quindi incontriamo subito dopo è quello di Gilda Musa, che da vari anni ormai gode dell’incontrastato prestigio di miglior scrittrice italiana di SF. La Musa, moglie di lnìsero Cremaschi, è approdata alla science fiction tardi, dopo un passato di poetessa super-premiata e di quotata germanista. Il suo primo libro fu Festa sull’asteroide, una antologia di racconti che raccoglieva il meglio della passata produzione. Dice Cremaschi che la Musa “reinventa il presente nelle dilatazioni logico-fantastiche di un possibile domani”. Il che è come dire che, qualunque situazione potrà l’uomo trovare nel suo domani, egli resterà sempre fondamentalmente uguale, coi difetti e i pregi che sono il retaggio del suo essere. Gilda Musa è pienamente consapevole di ciò, e la sua fantascienza non è che, in fondo, l’ambientazione in luoghi (spaziali o temporali) fantastici del problemi dell’individuo. I problemi dei rapporti con gli altri, dell’adattamento a nuove situazioni, etc., che sono ingigantiti dalla estraneità dei “locus” fantascientifici (come in tutta la buona fantascienza). È quanto avviene nel suo primo romanzo, Giungla domestica, sorta di giallo psicologico a metà tra il fantastique e il futuriale, ma ancora di più in Esperimento Donna (ampliamento di un vecchio racconto intitolato Terrestrizzazione).

In questo romanzo un umano, naufrago in un pianeta abitato da umanoidi, si invaghisce di una indigena finendo per sconvolgere l’equilibrio di lei e di tutti gli altri membri del villaggio, in un processo di “terrestrizzazione” purtroppo irreversibile. Inutile dire che le situazioni descritte dalla Musa sono sempre sorrette da uno stile evocativo, intimista, linguisticamente accurato, e che in questo e nelle sue trame è ben visibile l’influsso che la cultura mitteleuropea ha su di un animo latino, in un melange perfetto. Della Musa sono ancora da citare il romanzo per ragazzi Marinella super, i vari racconti sparsi dappertutto (Trenta colonne di zeri è uno dei migliori), il romanzo Dossier extraterrestri in collaborazione con il marito.

Daniela Piegai è il nome che vorrei ricordare subito dopo la Musa, perché secondo me ha tutte le carte in regola per prenderne il posto. La Píegai-Frattini scrive bene, con uno stile che sa diventare poetico senza per questo essere imitativo; e sa raccontare le storie, retaggio del suo passato di sceneggiatrice di fumetti. Le manca l’introspezione della Musa, il suo psicologismo, ma ciò è dovuto anche ad un modo diverso di affrontare la narrazione: se la Musa è una scrittrice, la Piegai è una narratrice, che ci racconta, non senza un sottofondo di impegno anche sociale, delle avventure futurialí. In Parola di alieno metteva in gioco la razza perfetta ed astrattamente legata all’estetismo dei Dumbar, contro degli alieni invasori ed aggressivi, in una lotta dalla portata cosmica le cui pedine sono i terrestri che, con le loro imperfezioni – cioè con la loro umanità – salveranno la situazioni. Altrettanto immaginativo è il secondo romanzo, Ballata per Lima (pubblicato anche questo dalla Nord), di cui non parlo perché dovreste trovarne la recensione in questo stesso fascicolo. La Piegai ha anche scritto del racconti su “fanzines”, ma mi sembra aver trovato la sua strada nelle opere più lunghe.

Con la genovese Anna Rinonapolí faccio un salto indietro alla metà degli anni ’60, quando cominciarono ad apparire su riviste ed antologie una serie di racconti tutti a sfondo satirico e grottesco, contro la italica burocrazia, che mi sembrano aver ormai perso il loro mordente. Anna Rinonapoli ha comunque scritto anche un romanzo, Sfida al pianeta, dal tenore affatto diverso: un’opera dal suspensedrammatico e dall’alto grado di immaginazione. È la storia di un gruppo di cosmonauti che, atterrati su di un pianeta per scoprirvi il mistero di un immenso palazzo di cristallo, subiscono delle crisi che li portano a rinunciare infine a tornare alla loro civiltà per edificarne una nuova (e migliore) in quello stesso pianeta dall’enigmatico palazzo. Dopo questa riuscita opera, la Rinanapolí ha scritto pochissimo, per lo più riprendendo le sue vecchie trame satiriche, che sono regolarmente presenti nelle antologie sulla SF italiana.

Altra autrice nostrana è Lisa Morpurgo, nota “astrologa”, che ci ha dato, conMacbarath, un romanzo in cui la fantascienza si fonde con la parapsicologia e le discipline affini. La Morpurgo è assolutamente estranea al campo della SF e il suo romanzo deve considerarsi un episodio marginale ed occasionale.

E con questo ho concluso questa brevissima panoramica di scrittrici italiane di fantascienza. Mi sono limitato a quelle che avevano pubblicato almeno un libro (romanzo o antologia: ma antologie non ce n’è), perché troppo complicato sarebbe stata una disamina della autrici di racconti.

Vorrei però ricordare almeno alcuni nomi. Per esempio Laura Serra che con l’antologia Prefante ci ha dato una delle più belle opere fantastico-allegoriche che esistono, ma di cui non ho parlato perché non sono SF. O Carla Parsi Bastogi, autrice di numerosi racconti poetici e sognanti. O ancora Paola Pallottino, ottima autrice su “Galassia” di quindici anni fa e ormai scomparsa; Gabriella Scialdone, che avrebbe molte qualità se scrivesse di più; Miriam Poloniato, che per ora ha scritto solo su “fanzine”; Gloria Tartari, l’ultima scoperta di Ugo Malaguti che l’ha lanciata sulle pagine di “Nova SF”, Wanda Ballin, ancora una moglie (stavolta di Gianni Montanari). E ce ne sarebbero anche altre.

È un peccato chiudere in questo modo un articolo. Soprattutto perché – lo ribadisco – di scrittrici italiane ce ne sarebbero, e in media sono anche migliori dei maschi. Il guaio è che non scrivono romanzi e non hanno quindi modo di farsi notare. E allora, stiamo ad aspettare che si decidano a farlo.

da: Future Shock

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Intervista a Michele Tetro – di Lucius Etruscus

[Estate 2019] Intervista a Michele Tetro

Per l’iniziativa estiva di conoscere autori in questo momento in libreria, ho incontrato un saggista ma soprattutto un grandissimo appassionato degli universi del fantastico

Illustrazione da "The Child’s World" di Brown, Tate e Withers
Illustrazione da “The Child’s World” di Brown, Tate e Withers   

Per l’iniziativa “Estate 2019: Leggiamo italiano” ho incontrato Michele Tetro, scrittore e saggista ma soprattutto grandissimo appassionato degli universi del fantastico.

(omissis)

Insieme a Gian Filippo Pizzo e Roberto Chiavini hai curato diverse guide sul cinema di fantascienza: c’è qualche recente film di questo genere che ti ha particolarmente colpito?

Temo di no. Che brutta cosa, eh? Cioè, che in tempi recenti non vi sia stato nessun film di fantascienza tale da entusiasmarmi davvero, sono io il primo a definirla una situazione tristissima, soprattutto per me. Ma così è andata. Non che non vi siano state opere assolutamente degne, per carità. Un amante dell’astronautica e dell’esplorazione spaziale come me non può non aver apprezzato, per esempio, un film come Sopravvissuto – The Martian(2015), di Ridley Scott, o essersi divertito nel vedere Passengers(2016) di Morten Tyldum… ma da qui a ritenerli film indimenticabili o anche solo capaci di fissarsi bene nella memoria ce ne passa.

Il sottogenere supereroistico comincia ad annoiarmi e faccio pure fatica a seguirlo, i sequel di classici del passato come “Alien” li vedi e li scordi appena fuori dal cinema, neppure più sento lo stimolo di stare attento alla programmazione televisiva per recuperare quanto perduto sul grande schermo. Però, con immutato piacere, rivedo vecchi film, proponendoli alle mie due nipotine, che mi stupiscono per il loro interesse verso il cinema fantastico di un certo tipo. Ecco, qui le soddisfazioni non mancano.

Infine una domanda multipla per dare un consiglio estivo ai nostri lettori: un posto da visitare in vacanza, un film da vedere (o rivedere) e un libro da leggere, oltre ovviamente ai tuoi.

Aspetta che guardo cosa vuol dire “vacanza”, ho qualche perdita neuronica… ah, già, quella cosa per cui vai o al mare o in montagna a rilassarti e riposarti. Allora, consiglio posti con alte montagne attorno, pinete, boschi e laghetti, se proprio non riuscite a piazzarci anche qualche aurora boreale in cielo.

Per i film da vedere… riguardatevi quelli che amate, in compagnia magari di altri che non li hanno ancora visti.

Sulle letture… magari qualche storia di viaggi o esplorazioni, nel nostro mondo o su altri. Sempre con Odoya ho collaborato, per l’appena trascorso Cinquantennale dello Sbarco, al volume La Luna nell’immaginario: penso che capiti a fagiolo, per tracciare qualche celeste itinerario attraverso letteratura, cinema e storia in direzione della nostra luminosa e silenziosa compagna delle notti siderali.

Chiudo ringraziando Michele Tetro per la disponibilità.

da: Thriller Magazine Mercoledì 31 luglio 2019

“La cattiva strada” a cura di G.F. Pizzo – recensione di Heiko H. Caimi

La cattiva strada

La cattiveria è una strada maestra

Antologia di racconti, La cattiva strada ricorda, a tratti, una ballardiana mostra delle atrocità e affonda le unghie nel nostro inconscio più profondo. Abbiamo a che fare con un caso di vampirismo che si manifesta nella più assoluta normalità suburbana (Mi basta il mirto!, di Giulia Abbate), un cinico professionista delle omelie funebri (Una parola per tutti, di Michele Piccolino), la sinistra sostituzione di un erede (Di padre in figlio, di Bruno Vitiello), due omicidi con moventi sovrapposti (La sottile arte della ristrutturazione, di Claudio Asciuti), un’ipotesi terrificante sulla genesi del romanzo Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson (Fanny Osbourne e il mistero di Edward Hidden, di Danilo Arona), l’idiozia catodica (Sguardi, di Andrea Angiolino), una prigione virtuale nella quale i corpi dei detenuti sono dati a nolo (Adattabilità, di Vincenzo Bosica), il cinismo indifferente di fronte alle disgrazie altrui (Te lo ricordi Mario?, di Piero Cavallotti), un demone che possiede gli altrui corpi solo per autodistruggersi (Sballo!, di Dario Tonani), i biechi complotti dietro a un esperimento di ronde padane (Progetto Ronda, di Giancluca Mercadante), la regressione di un gruppo umano di fronte all’isolamento (Effetto tunnel, di Francesco Grasso), lo sfruttamento di una figlia da parte del padre (La paghetta, di Paolo Alberti), una losca missione di sterminio senza testimoni (Brocco ha un amico, di Italo Bonera), la passione tra un pedofilo e la sua vittima, che si evolve negli anni (Cieli strappati, di Vittorio Catani), alcuni risvolti del più grande genocidio della storia, quello del Rwanda (Mille colline, di Franco Ricciardiello), un’inchiesta letale tra vicini di casa (Il sondaggio, di Marco Passarello), l’indimenticabile lezione data a uno stupratore seriale (Viola, di Gian Filippo Pizzo) e l’evasione da un carcere informatico (Liberi tutti, di Oskar Felix Drago). Gian Filippo Pizzo fa da collettore a una delle migliori raccolte di racconti degli ultimi anni, confermandosi antologista d’eccezione, oltre che autore di livello. E confermando quanto sia grave la mancanza dell’editoria italiana nell’investire di più sulla narrativa breve.

L’orrore, non quello fantastico ma quello quotidiano, alberga dentro ognuno di noi: un lato oscuro, una cattiva strada intrapresa dalla nostra società intera con la pretesa di essere nel giusto o, per lo meno, di essere legittimata a compiere le peggiori efferatezze nel nome di questo o di quel principio. Una guerra civile dove tutti sono nemici di tutti, perché le fazioni in campo appartengono allo stesso paesaggio morale: quello dell’essere umano.

Non è un caso che Danilo Arona, in uno fra i migliori racconti dell’antologia, prenda come testimone l’inventore del dualismo tra Jekyll e Hyde, simbolo di un’interiorità guasta che agisce sotto la spinta delle pulsioni più distruttive e fa dell’aggressività, esercitata a tutti i livelli, la propria arma migliore. Se è la morale a fare da spartiacque tra ciò che è buono e ciò che è malvagio, oggi quel confine è stato quasi del tutto cancellato; quasi, perché i racconti presentati sono ancora in grado di farci indignare, come lo splendido Te lo ricordi Mario? di Piero Cavallotti, vera e propria pietra miliare di questa raccolta insieme a Mille colline di Franco Ricciardiello.

I benpensanti potrebbero obiettare che La cattiva strada sia un’opera letteraria nociva, poiché dare spazio al male rischia di pervertire il bene, facendolo soccombere; e invece uno dei pregi del libro è proprio quello di aprire una crepa nel moralismo ipocrita, quello che non è mai disposto ad ammettere i moventi che stanno dietro a molte, troppe delle nostre azioni. La durezza delle situazioni presentate ha una forza d’urto dirompente, in grado di scardinare i più vieti alibi dei quali ci ammantiamo definendoli ragioni. La rispettabilità di certo non ci fa bella figura, e le regole sociali dimostrano la loro labilità quando il flusso impetuoso delle correnti represse esplode in situazioni estreme, come nel mirabile Effetto tunnel di Francesco Grasso: la verità appare dietro alla maschera e l’autoindulgenza non può più essere propinata di fronte alla gravità degli atti commessi. La trasgressione fine a se stessa diventa regressione, e la metà oscura che alberga in noi può risvegliarsi in qualsiasi momento, trasformandoci da esseri umani che fingono di non possedere un lato bestiale in bestie che fingono di essere umane. Del resto, come sosteneva Stevenson, la nostra dualità si forma attraverso l’educazione, costruendo una gabbia che imprigioni la nostra materia prima: un paravento per nascondere la nostra vera natura, una serie di regole di convivenza per tenere a bada l’abisso.

La cattiva strada altro non è che un viaggio dentro noi stessi, un processo nel quale l’imputato è l’umanità stessa. Al punto che alla fine della lettura, non resta che chiederci: l’orrore che ci suscitano questi racconti è reale o soltanto di facciata?

Heiko H. Caimi

Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha tenuto corsi di scrittura presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. L’ultimo suo lavoro è il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019).

La Luna nell’immaginario – recensione di Osvaldo Baldacci

La Luna nell’immaginario tra la storia e il fascino imperituro

 

Ci siamo: ormai siamo nel cinquantesimo anniversario dello sbarco dell’uomo sulla Luna. E soprattutto fervono i progetti in tutto il pianeta per tornare a staccarci dalla Terra per mettere i piedi sul satellite, magari pensando già a Marte. Ma quel primo passo di neil Armstrong del 20 luglio del 1969 non è stato che l’ultimo momento di un lungo intenso rapporto fra l’uomo e la luna, risalente fin ai primordi della nostra storia. Il rapporto del genere umano con il satellite della Terra è antico e ben documentato. Una pattuglia di autori del gruppo Maelström (Paolo Aresi, Gianfilippo Pizzo, Michele Tetro, Walter Catalano, Roberto Chiavini, Fabio Pagan, Alessandro Vietti, Fabio Giovannini e Luca Ortino) propongono una raccolta di coinvolgenti e informati saggi sull’argomento. Si parte chiaramente con la storia di quei giorni del luglio ‘69 in cui milioni di persone seguirono l’allunaggio degli astronauti della NASA, per proseguire con il sapido corollario complottista all’evento, ma anche con le attuali vicende aereospaziali cinesi sul “dark side of the moon”, dopo qualche decennio di disinteresse. A farla da padrone, tuttavia, è il campo dell’arte, della letteratura e dell’immaginario tout court. Non solo romanzi (soprattutto fantascientifici) e film, ma anche pubblicità, videogiochi, gadget (le monete celebrative in regalo con le riviste di mezzo mondo), le basi lunari nell’immaginario televisivo inglese, centinaia di fumetti, canzoni e per finire le ragioni che ci hanno spinto ad uscire dai nostri angusti orizzonti terrestri.

Insomma se la Luna per Leopardi è sempre stata una presenza enigmatica e silenziosa, per Heinlein una “severa maestra” e Ariosto collocava lassù tutte le cose perse, il volume “La Luna nell’immaginario”, del Gruppo Maelström con la collaborazione di Michele Tetro, edito da Odoya (288 pagine, 18 euro), prova che l’astro è un fortissimo catalizzatore dei nostri pensieri e probabilmente sempre lo sarà.

Osvaldo Baldacci

da:  Metro  Mer, 17/07/2019 – 21:54

 

LE COPERTINE DEI MIEI SAGGI – di Gian Filippo Pizzo

LE COPERTINE DEI MIEI SAGGI

Una delle cose che mi diverte di più nel pubblicare libri è collaborare con l’editore nella scelta dalla copertina.

Per chi non lo sapesse, un editore si riserva di scegliere prezzo, tiratura, formato, impaginazione, tipo di carta e tutto quanto attiene all’aspetto formale e distributivo di un libro, compresa quindi la copertina, sia come immagine che come elementi e testi da inserire anche nella “quarta” e negli eventuali risguardi.

E’ però anche vero che l’autore conosce meglio dell’editore l’opera da pubblicare, e per questo si instaura un dialogo tra i due, teso a cercare la soluzione migliore. Una collaborazione che spesso mi ha visto protagonista, e devo dire con soddisfazione di entrambi e poi dei collaboratori e dei lettori.

Il primo libro che ho pubblicato è stato il Dizionario dei personaggi fantastici, Gremese 1996 (Premio Italia di fantascienza quale miglior saggio). Con il coautore Roberto Chiavini avevamo deciso per un montaggio che assemblasse diversi personaggi descritti nel volume, cercando di rappresentare sia il genere di appartenenza che il medium
dove il pecoprsonaggio era maggiormente presente. Una copertina che richiamasse l’horror, la fantascienza, il fantasy, la favola, la letteratura, il fumetto, il cinema, la televisione. Perché non fosse divisa in rigidi riquadri avevamo pensato di mettere al centro la silhouette di Mary Poppins, ma l’editore osservò che avrebbe dovuto pagare i diritti alla Disney e quindi dovemmo cambiare idea. Il risultato finale vede quindi Il Mostro della Laguna Nera dal film omonimo (ma colorato), il Conan di Robert Howard nella versione a fumetti di (mi pare) John Buscema, Mulder e Scully da X-Files, l’Alice nel paese delle meraviglie nella classica illustrazione di John Tenniel e, al centro, il Superman interpretato da Christopher Reeves. Il risultato mi pare ancora oggi ottimo.

Per successivi libri che io e Roberto facemmo con Gremese – con l’aggiunta di un terzo autore, Michele Tetro – l’editore preferì rivolgersi direttamente al suo grafico, anche per rispettare i parametri della collana, e non avemmo molta possibilità di intervento, che peraltro si esplicò molto di più nella scelta delle illustrazioni interne e relative didascalie. I libri sono  Il grande cinema di fantascienza: da 2001 al 2001 (2001, Premio Italia di Fantascienza quale miglior saggio), Il grande cinema di fantascienza: aspettando il monolito nero (2003) e Il grande cinema fantasy (2004).

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Il libro seguente dello stesso trio di autori fu Contact!: Tutti i film su UFO e alieni per Tedeschi Editore, 2006. In questo caso tutta l’impaginazione e la grafica, sia interna che esterna,  furono realizzate dall’amico Michele Ruini, ma l’idea iniziale delle scene da film sistemate a mosaico era stata mia (sua invece quella di dividere in quadrati contigui le scene da Alien2001 e Mars Attacks). Si noti, tra l’altro, che i “vuoti” nella copertina corrispondono ai “pieni” della quarta, e viceversa. Credo ancora che io e Michele abbiamo fatto un buon lavoro, accattivante e molto rappresentativo del contenutocopert uforetro

Come accattimagesivante e rappresentativa fu la copertina del successivo libro degli stessi autori, Mondi paralleli: storie di fantascienza dal libro al film, Edizioni della Vigna 2011 (Premio Italia di fantascienza e Premio Vegetti quale miglior saggio), dovuta interamente all’editore Luigi Petruzzelli che ha rielaborato un’immagine della Fotolia. Sebbene in questo caso non vi sia stato intervento diretto da parte mia o dei miei collaboratori trovo che sia una copertina molto indovinata.

Di questo libro è poi uscita la seconda edizione con la copertina leggermente modificata nel colore e nei testi:
AAVV_Mondi paralleli_2ed_Copertina_marketingSuccessivamente io Roberto e Michele iniziammo una collaborazione con l’editrice Odoya Pizzo_CinemaFantascienzache dura tutt’ora. Il primo saggio pubblicato è stato la Guida al cinema di fantascienza del 2014, seguito poi dalla Guida alla letteratura horror (2014) e dalla Guida al cinema horror (2015): in questi ultimi due al “trio” si è aggiunto un quarto autore, Walter Catalano. Come nel caso di Gremese, anche in questi non abbiamo potuto intervenire molto perché si dovevano rispettare i canoni della collana, ideati dal grafico Mauro Cremonini. Il nostro apporto si è quindi limitato alla correzione dei nomi che comparivano nella copertina e alla scelta dell’immagine a corredo.

Per la Guida alla letteratura horror ci era stata proposta questa

cop sbagliata
ma abbiamo fatto osservare che il personaggio rappresentato era solo cinematografico e non letterario, quindi fu sostituita con questa

Horror

La prima sarebbe andata benissimo per la Guida al cinema horror e l’avevamo anche scelta, solo che lo stesso Cremonini – che ha fatto un grande lavoro anche nell’impaginazione interna di questi due ultimi volumi (sempre con la nostra collaborazione) – ce ne suggerì un’altra che ci è piaciuta di più2015_31_8Horror

Del 2017, è la Guida al cinema fantasy, scritto stavolta con Walter Catalano e Andrea Lazzeretti. Anche il questo caso l’ottimo Mauro Cremonini (sempre splendida la grafica interna) ci propone due alternative:

Copertina 0Copertina FRONT

La prima è forse più suggestiva, ma leggermente fuori tema perché del film Maleficient si parla solo in una appendice sul fantasy al confine con altri generi (in particolare sulle fiabe rivisitate) quindi optiamo per la seconda che, anche se relativa a una produzione televisiva, è più coerente.

Nel 2018 esce la Guida ai narratori italiani del fantastico, in cui come autori a me e a Walter Catalano si aggiunge un altro Andrea, Andrea “Jarock” Vaccaro. La copertina che Mauro Cremonini ci propone è questaBozza Copertina fantastico

 

ma non piace a nessuno dei tre, soprattutto perché sembra quella di un libro per bambini. Purtroppo è quasi impossibile trovare un’illustrazione che rispecchi pienamente il tema e che al contempo sia libera da diritti e si adatti alla grafica, quindi dobbiamo ripiegare su un classico, anche se abusato. Il risultato non è comunque male e anche la grafica interna (di Claudia Sermarini) è molto bella; l’unico rimpianto è che alla fine non ci sia stato spazio per il nome di Lino Aldani in copertina.

copertina fantastico singolanew

Il 2019 vede l’uscita di un libro non proposto da nessuno di noi ma chiestoci dall’editore, Marco De Simoni, che vuole festeggiare il cinquantenario dello sbarco sulla Luna in maniera un po’ diversa dagli altri. La Luna nell’immaginario affianca quindi ad articoli tecnici e storici saggi su come il nostro satellite è stato visto da scrittori, cineasti, fumettisti, giocatori e musicisti (non il solito articolo sul rock spaziale, ma incentrato esclusivamente sulla Luna). La copertina propostaci però è troppo astronautica e secondo noi non dà l’idea del contenuto (a parte l’errore dell’attribuzione al sottoscritto, vera nei fatti ma non nel contratto),Copertina Luna1

 

per cui anche in questo caso  ci rifugiamo nel classico con l’arcinoto fotogramma dal film di Méliés.

Copertina Luna 4

In conclusione, come ho già detto, si è trattato di esperienze molto gratificanti.

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