VENTUNO ERRORI DEGLI SCRITTORI ESORDIENTI – di Tanja Sartori

VENTUNO ERRORI DEGLI SCRITTORI ESORDIENTI: COME EVITARLI

Posted by on 1 Giu, 2016

Ventuno errori degli scrittori esordienti, dalla A alla Z: conoscerli ed evitarli

Essere uno scrittore alle prime armi non è affatto semplice: richiede un impegno costante e ben indirizzato. Perché bisogna scrivere centinaia di pagine per potersi evolvere, perché ci sono tantissime cose da imparare e un’infinità di errori da evitare… Ma anche – e soprattutto – perché proprio dietro l’angolo c’è la pericolosissima trappola costituita dal nostro stesso Ego: quella che ci fa credere di aver sempre ragione solo perché “siamo artisti”, che ci spinge a liquidare le critiche di lettori o altri scrittori perché loro “non capiscono” o “ci invidiano”, che ci fa credere che proporre le nostre opere a ogni singolo editore sul mercato sia un modo efficace per conquistare l’agognata pubblicazione.

Insomma, essere scrittori esordienti è davvero difficile. Lo sappiamo.
Per questo motivo abbiamo pensato di pubblicare una lista dei ventuno errori (dalla A alla Z) più comuni commessi proprio dagli autori alle prime armi – errori che noi stessi, in tanti anni di esperienza, abbiamo commesso e risolto o abbiamo visto commettere ad altri – e di proporre per ogni errore un consiglio, una soluzione percorribile.

Abbiamo voluto affidare questo articolo a una scrittrice che si è sempre distinta per la sua onestà artistica, e che si è evoluta nel corso degli anni grazie alla costanza, allo studio, alla continua ricerca di solide soluzioni: Tanja Sartori, oggi nota anche con lo pseudonimo di Allison J. Wade. Un’autrice che ha pubblicato con più editori (anche con Altrisogni/dbooks.it) sotto svariati pseudonimi, e che oggi si sta dedicando al self-publishing in lingua italiana e inglese.
Incidentalmente, nonostante questo nostro articolo fosse pronto da tempo, finiamo per pubblicarlo nel medesimo periodo in cui Tanja fa uscire un suo gustoso e utile saggio in ebook intitolato Tutto quello che non ti hanno detto (sul Self Publishing). È già disponibile negli store online, e se vi preme acquisire le competenze per autopubblicarvi vi consigliamo di dargli un’occhiata.

E ora… Buona lettura con i più comuni errori degli scrittori esordienti!

Ventuno errori degli scrittori esordienti, dalla A alla Z: come riconoscerli ed evitarli

di Tanja Sartori

A= Autostima (troppa o troppo poca) – sembrerà strano trovare l’autostima al primo posto, ed è più che altro una coincidenza alfabetica, ma anche il modo in cui un autore si pone ha la sua importanza nel momento in cui si tratta di crescere come scrittori. C’è chi ha un eccesso di autostima e finisce per credere che il suo lavoro sia già perfetto così, il che gli impedisce di migliorare e perfezionarsi, e chi al contrario di autostima ne ha troppo poca e tende ad arrendersi facilmente. La cosa migliore è una via di mezzo: saper trovare un equilibrio tra i nostri i dubbi e le nostre certezze. Cosa tutt’altro che facile e che richiede tempo e costanza.

B= Banalità (e stereotipi) – uno dei più evidenti problemi degli autori inesperti è la banalità, ossia il ricorrere a idee ritrite e creare personaggi stereotipati o piatti. Bisogna qui rendersi conto che viviamo in un tempo nel quale ogni cosa è già stata scritta, ogni argomento sviscerato, e a volte sembra che non ci sia più spazio per temi nuovi. Ma non è così: non è tanto iltipo di storia che si racconta, ma come la si racconta. Il che vuol dire cercare di dare alla narrazione il proprio taglio personale, di reinterpretare e soprattutto di rendere la storia e i personaggi “vivi”, ossia credibili. Affascinare il lettore, incuriosirlo, emozionarlo, farlo entrare in empatia con i personaggi. Trovare nuovi angoli da cui guardare le vicende.

C= Copiare (altri scrittori) – a volte si è affascinati da uno scrittore famoso, tanto da eleggerlo a proprio maestro, e viene da pensare che si debba aspirare a scrivere come lui. Quindi la prima cosa che fa l’autore in erba è cercare di imitare lo stile dei grandi. Può funzionare come esercizio, ma a lungo andare l’imitazione non paga (e spesso non è all’altezza dell’originale). Ciò che un autore deve fare è costruirsi un proprio stile, una propria voce, un proprio modo di raccontare che sia affine alla sua sensibilità e al tipo di idee che vuole trasmettere. Ovviamente ci vogliono tempo e fatica.

D= Documentarsi (male o non) – la documentazione è una parte fondamentale del processo di scrittura. Documentarsi significa sapere ciò che si scrive. L’errore più diffuso è quello di lasciarsi andare troppo all’immaginazione o basarsi su luoghi comuni spesso errati. Ciò si percepisce maggiormente quando si tratta di descrivere questioni “tecniche”, dalle procedure di polizia, al funzionamento di macchinari, ecc. Abbiamo la fortuna di vivere nell’epoca di Internet, dove ogni informazione è a portata di click: per risolvere qualunque dubbio basterà una ricerca e troveremo tutte le informazioni necessarie a rendere più credibile la nostra storia.

E= Eccesso di dettagli inutili (infodump) – l’infodump è una questione delicata. Tante volte, per paura che il lettore non capisca, si tende a eccedere nelle spiegazioni, con il risultato di essere pedanti e noiosi. I dettagli sono importanti per definire l’ambientazione di una storia e renderla più realistica, ma bisogna tener conto di due cose: non dobbiamo esagerare, quindi va selezionato con cura ciò che va spiegato e ciò che può essere tralasciato; dobbiamo trovare il giusto modo di introdurre le informazioni, ossia presentare i fatti in una maniera che non suoni forzata, quello che in inglese si definirebbe “As you know, Bob…” sottintendendo che se un personaggio già conosce una cosa, non ha senso ripetergliela. Anche qui, dunque, equilibrio e leggerezza sono la chiave.

 I più comuni errori degli scrittori esordienti: andare fuori tema (o fuori genere)

F= Fuori tema (o fuori genere) – l’andare fuori tema non riguarda solo i casi in cui ci sia un bando di concorso ben preciso o una specifica collana editoriale a cui rivolgersi, ma può essere un problema che si presenta all’interno della storia stessa. Se con tema intendiamo il fulcro attorno al quale ruota la nostra vicenda, andare fuori tema significherebbe tradire le premesse iniziali e finire per parlare di qualcos’altro, facendo perdere coerenza alla narrazione. Per fare un esempio veloce: sarebbe come iniziare con una storia romantica e finire con gli alieni che invadono il pianeta; è chiaro che ciò causerebbe una certa perplessità nel lettore. Per quanto riguarda invece il genere, la cosa si fa più fumosa. È scontato che chi parte con l’intenzione di scrivere una storia di un determinato genere debba attenersi ai canoni di quel genere, ma è anche vero che sempre più diffuse sono le contaminazioni, e tante volte espandere i propri confini non è affatto un male. L’importante, come sempre, è che tutto alla fine abbia un senso. In parole povere: dobbiamo tenere sempre a mente che, qualunque cosa si scriva, poi ci sarà qualcuno che dovrà leggerla, e potrebbe anche non essere d’accordo con noi.

G= Grafica (pasticciata) – quando si spedisce un manoscritto in visione (a un editore o per un concorso), anche l’occhio vorrebbe la sua parte, ma spesso gli autori inesperti tendono a trascurare l’aspetto puramente grafico dello scrivere, producendo così testi che sono molto scomodi da leggere sia per problemi di impaginazione che per l’uso di font e segni grafici inappropriati (gli apostrofi al posto degli accenti o i segni di maggiore e minore al posto delle virgolette). Sebbene non sia fondamentale ai fini della valutazione di uno scritto, mettere chi lo riceve nelle condizioni di poterlo leggere in modo confortevole è un aspetto che non va trascurato: migliore sarà l’esperienza di lettura di chi ci deve valutare, più sarà facile che la nostra opera lasci un buon ricordo. Bastano piccoli accorgimenti per presentare un testo pulito e piacevole: usare un font semplice e agevole da leggere, impostare margini e interlinea che lascino lo spazio per appunti e correzioni (nel caso di invio cartaceo), utilizzare gli appositi strumenti dell’elaboratore di testo per creare i rientri e inserire le interruzioni di pagina tra i capitoli, controllare la giusta grafia delle parole, fare un uso corretto delle D eufoniche.

H= High Stakes (troppo bassi) – prendo in prestito un’espressione inglese (concedetemelo, trovare una parola italiana con l’H era un po’ difficile) che si potrebbe tradurre come una “posta in gioco elevata”. Questo sta a significare che, a volte, ciò che penalizza una storia non è tanto la mancanza di bravura dell’autore, quanto il fatto che la posta in gioco non sia abbastanza alta per catturare l’attenzione del lettore: un eroe che deve salvare il mondo ha un impatto emotivo molto più forte di un tizio che deve ritrovare il suo bottone perduto (basta cambiare camicia per risolvere il problema). Quindi il segreto sta nel dare ai personaggi un obiettivo abbastanza “importante”, che dia modo al lettore di prendersi a cuore le vicende; e salvare il mondo è solo uno (e anche piuttosto abusato) dei tanti esempi di “high stakes”. Altri potrebbero essere: una persona cara in pericolo, una malattia contro cui combattere, il classico “mostro” da sconfiggere o anche solo la prospettiva di perdere il lavoro o una grossa somma di denaro. Le possibilità sono molteplici, ciò che conta è che i personaggi abbiano qualcosa di importante che li muova e li costringa ad agire e reagire, e non solo a subire passivamente gli eventi.

I= Inverosimiglianza (di dialoghi e situazioni) – collegato alla documentazione e alla banalità c’è il problema della verosimiglianza, il che significa riuscire a far scattare il meccanismo della “sospensione dell’incredulità”, quello secondo il quale il lettore per un attimo si dimentica che la storia è un’opera di fantasia e si immerge totalmente nelle vicende. Per ottenere ciò è necessario lavorare sulle scene e sui dialoghi e cercare di renderli il più possibile realistici, o comunque verosimili. Insomma fare in modo che ciò che scriviamo non gridi al lettore “guarda che è tutto finto!” (vedi Q = Quarto Muro). Quindi, oltre a documentarsi e cercare di essere originali, è importante far lavorare il cervello e, in fase di stesura, porsi molte domande: “è possibile che accada questa cosa?”, “perché il personaggio si comporta in questo modo?”, “è credibile questa scena?”, “questa soluzione è troppo semplice?” e via dicendo.

 L= Linguaggio (inadeguato) – con linguaggio si intende non solo l’uso delle parole e il loro significato, ma anche il tipo di registro linguistico. La scelta di termini e costruzioni sintattiche può variare molto, anche all’interno di una stessa lingua, a seconda che si decida di usare un linguaggio più semplice e popolare o uno più aulico e complesso. Queste scelte di linguaggio dipendono non solo dal tipo di testo (non si scriveranno storie per bambini piene di periodi pomposi e volgarità), ma anche dalla caratterizzazione dei personaggi, che dovranno comportarsi e parlare in accordo con il loro status sociale e il loro stile di vita. Sperimentazioni linguistiche e usi azzardati della lingua non sono da scoraggiarsi a prescindere, ma vanno usati e dosati con cognizione di causa e tenendo sempre presente che il punto chiave dello scrivere è comunicare, trasmettere un messaggio e quindi fare in modo che chi lo riceve capiscaeffettivamente quello che volevamo dire.

M= Mancanza di struttura (o debolezza) – la struttura è l’ossatura portante di ogni storia, e uno dei problemi più grandi tra gli autori esordienti è proprio la mancanza di una vera e propria struttura o la presenza di una struttura debole, cosa che si nota soprattutto in racconti e testi brevi ma che può interessare anche un intero romanzo. Non esiste una formula magica per la struttura perfetta, ma esistono elementi che vanno tenuti in conto se si vuole costruire una storia solida e completa. Il più importante di tutti è ilconflitto: perché una storia abbia un senso e susciti l’interesse del lettore è necessario che ci sia un elemento di contrasto, una lotta, una situazione irrisolta. Il che non è necessariamente la classica lotta tra bene e male, tra buoni e cattivi, ma può anche essere un conflitto interiore al protagonista, un desiderio da realizzare, un obiettivo da raggiungere. Una volta individuato il conflitto, si deve procedere alla costruzione della trama, che di norma si basa su poche semplici fasi: l’inizio, nel quale il conflitto si presenta; lo svolgimento, nel quale i protagonisti lo affrontano; il climax, momento di massima tensione e resa dei conti; lo scioglimento, ossia il finale che determina se l’impresa è riuscita e il conflitto è risolto, ma che può essere anche negativo o lasciare le cose in sospeso. Sulla base di questa ossatura alquanto grezza, si potranno poi costruire infinite varianti, momenti di tensione e scioglimento, passi in avanti e passi indietro, false piste, fallimenti, piccole vittorie… tutto è affidato all’immaginazione dell’autore.

N= Non sapere a chi rivolgersi (inviare manoscritti a caso) – problema che non è strettamente legato all’attività di scrivere, ma piuttosto a ciò che succede una volta che si è finita la propria opera e si vuole tentare la via della pubblicazione. La regola d’oro è: raccogliere informazioni. Ci sono parecchi autori che tendono a cercare sul web, prendere la prima lista di case editrici che trovano e spedire il loro manoscritto a tutti indiscriminatamente. Inutile spreco di tempo e di risorse, dato che nella maggioranza dei casi il proprio testo sarà cestinato senza essere neppure letto. E non è una questione di scortesia da parte degli editori, quanto del fatto che ognuno ha una propria politica editoriale e non si può pretendere che un editore di thriller prenda in considerazione un romanzo rosa, e viceversa. La cosa migliore da fare, invece, è sfogliare con attenzione il catalogo, leggere bene le istruzioni nelle pagine dei contatti (o i bandi dei concorsi) e cercare di individuare gli editori che pubblicano ciò che più si avvicina a quanto si è scritto. Eviterete così voi di dover attendere per mesi e mesi inutilmente, e non farete perdere tempo ai redattori delle case editrici, che potranno invece dedicarsi a testi di loro interesse senza dover scavare nella pila di manoscritti non richiesti.

I più comuni errori degli scrittori esordienti: sbagliare ortografia e grammatica

O= Ortografia e grammatica (sbagliare) – alcuni dei più diffusi fra gli errori degli scrittori esordienti sono gli errori di ortografia, i cosiddetti refusi. Spesso involontari, ma a volte anche dettati dalla troppa fiducia che l’autore ripone nella propria memoria. Tante volte infatti basterebbe una piccola ricerca sul web per controllare la corretta grafia di una parola (in particolare se si tratta di termini stranieri). Anche gli errori di grammatica sono ricorrenti tra i manoscritti degli aspiranti autori. Può capitare a tutti una svista o l’incertezza su una determinata regola, ma basta un controllo incrociato, un buon libro di grammatica o una ricerca su siti autorevoli per fugare ogni dubbio. E soprattutto, leggere molto aiuta ad acquisire maggiore dimestichezza con la lingua scritta. Ma dipende anche da chi/cosa leggete: assicuratevi che gli autori che prendete a riferimento siano gente che padroneggia perfettamente l’italiano.

P= Problemi di continuità (e altre sviste) – qui parliamo principalmente di errori di distrazione, che si verificano spesso e volentieri, soprattutto quando si lavora su testi di una certa lunghezza e senza prendere appunti dettagliati. Sono quel tipo di errori che si commettono quando ci si scorda il nome di un personaggio, quando una tenda gialla in una scena diventa blu nella scena dopo, o addirittura (è successo anche ai grandi) quando un personaggio muore e poi ricompare vivo e vegeto cento pagine dopo. Problemi più grossi possono essere i così detti plot holes, ossia “buchi di trama”, che si verificano quando c’è appunto una falla nella nostra storia o situazioni che rimangono irrisolte. Qui c’è poco da fare se non fare attenzione, rileggere più volte e magari appuntarsi da qualche parte gli eventi salienti. Se poi si ha la possibilità di far leggere il testo a un paio di occhi esterni, tanto meglio.

 Q= Quarto muro (rompere il) – è un’espressione usata soprattutto nel cinema e nella TV, che indica un momento nel quale viene meno la “sospensione dell’incredulità” e lo spettatore, che fino a quel momento ha visto solo tre delle pareti di scena, ha uno scorcio di ciò che è al di là di questo “quarto muro”, ossia il punto in cui si trova la macchina da presa. Un concetto un po’ complicato per descrivere il momento in cui si spezza l’incanto, ricordando al fruitore che, dopotutto, ciò che sta guardando (o leggendo) è solo un’opera di fantasia. Anche in narrativa si può verificare una situazione analoga, e spesso accade quando il narratore si fa troppo invadente o quando l’autore compie una qualche svista (vedi P = Problemi di continuità) che distrae il lettore dalla storia. Questo però non è sempre da considerarsi un errore: ci sono molti casi in cui l’intrusione del narratore fa parte della storia, sia per un intento comico o parodistico, sia perché il narratore stesso è un personaggio all’interno delle vicende. C’è una bella differenza tra un narratore (fittizio) che commenta le vicende narrate e un autore (reale) che invece si intromette in una storia portando elementi che magari sono estranei alla sua ambientazione.

R= Riassumere (anziché rappresentare) – capita spesso agli autori alle prime armi, soprattutto quando hanno a che fare con racconti brevi, di voler condensare in poche righe delle storie molto più ampie, dando così l’impressione che ci si trovi davanti a un lavoro preparatorio o a una bozza della storia, piuttosto che alla vera storia. Scrivere narrativa significa raccontare un susseguirsi di eventi, ma il modo più efficace per farlo è “mostrare” ciò che accade nel momento stesso in cui accade (nel tempo della narrazione). Chi non ha mai sentito il mantra “Show, don’t tell” (“mostra, non dire”), almeno una volta? Si tratta di favorire quella che è la “scena” rispetto al “sommario”. La scena è appunto una rappresentazione dettagliata e in tempo reale degli eventi, condita con descrizioni vivide, dialoghi e dettagli sensoriali che hanno lo scopo di far immergere il lettore nella storia. Al contrario, un “sommario” è una specie di riassunto (emblematico il classico “Venti anni dopo…”) che funziona da transizione, e solitamente racconta eventi secondari, che il lettore percepirà come poco o meno importanti rispetto a ciò che invece gli viene mostrato.

S= Significato delle parole (non conoscere il) – oltre all’ortografia e alla grammatica, c’è un altro nemico in agguato per l’aspirante scrittore: la semantica. Capita spesso infatti che a causa di un uso parlato scorretto si sia convinti che una certa parola abbia un significato, quando invece il suo corretto impiego è tutt’altro, e capita soprattutto con parole poco usate, quando si scrive “a orecchio” e si vuole dare un tono più alto alla propria prosa. Il dizionario è lo strumento più prezioso dello scrittore, non abbiate paura di usarlo, sia quando scrivete che quando leggete. Non potrete che trarne giovamento.

T= Tempi e persone (fluttuanti) – l’incertezza è un altro dei nemici della buona scrittura. Non esistono regole rigide in narrativa, dove l’unica norma è il buon senso, ma ci sono alcune cose di cui tenere conto quando si scrive, riguardanti principalmente il tempo della narrazione e la persona/punto di vista utilizzati. Questo significa che, a meno che la cosa non sia voluta, è necessario mantenere i tempi verbali coerenti tra loro (se si scrive al passato, non scivolare nel presente e così via, e fare attenzione alla consecutio temporum), così come se si scrive in terza persona non si passi in prima e viceversa, a meno che non si tratti di espedienti narrativi. La stessa cosa vale per il punto di vista, corrispondente grossomodo al punto in cui “è piazzata la macchina da presa”, che andrebbe gestito in modo consapevole, tenendo presente che non c’è una regola fissa: è possibile cambiare il punto di vista tra i personaggi, sia tra una scena e l’altra che all’interno della stessa scena, ma è fondamentale non creare confusione nel lettore e tenere ben presente ciò che il personaggio-punto di vista può e non può sapere riguardo alla storia (ad esempio, se stiamo usando un punto di vista focalizzato all’interno di un personaggio, questo non potrà certo conoscere i pensieri di altri personaggi o cose che succedono lontano da lui).

U= Usare (male) lo spazio – qui si parla di equilibro tra i vari elementi della narrazione, ed è una cosa che emerge soprattutto quando nelle linee guida di un editore o di un concorso viene fornito un numero ristretto di caratteri (lunghezza del racconto) entro cui muoversi. Ciò comporta saper gestire le poche pagine che si hanno a disposizione in modo da dare il giusto spazio a ogni parte della storia. E qui gioca un ruolo chiave la pianificazione, perché può capitare che un autore parta “in quarta” con un’introduzione ricca di dettagli e magari dando particolare rilievo a scene che non sono così importanti nell’economia della storia, e poi si ritrovi verso il finale, sia per la fretta che per il poco spazio, a dover condensare l’azione e a tagliare corto per non sforare, con il risultato di avere una storia dall’inizio lento e noioso e dal finale sbrigativo che lascia un po’ insoddisfatti. Per questo è importante analizzare con distacco ciò che si scrive e saper individuare le parti che andrebbero sfoltite e quelle che invece necessitano di maggior risalto (solitamente sono le scene in cui si accumulano più tensione o emotività), senza aver paura di liberarsi anche di quelle parti a cui si è in un certo senso affezionati. La storia deve essere funzionale ed emozionante e bisogna tenere presente che ci vuole davvero poco perché un lettore si annoi e decida di abbandonare la lettura.

 V= Vanità (e vacuità) – e vaghezza aggiungerei, come è un po’ vago questo punto. La vanità qui non è intesa solo come presunzione ma anche come inutilità, e la vacuità indica un vuoto di contenuti. Qual è quindi “l’errore” qui rappresentato? Quello di scrivere tanto senza dire niente. Il ridurre la scrittura a un puro esercizio di stile. Non che non ci sia un tempo e uno spazio anche per questo, ma qui parliamo principalmente di narrativa di intrattenimento, e per intrattenere il lettore dobbiamo pur raccontargli qualcosa. Si possono scrivere centinaia di pagine senza che succeda nulla di particolare, ed è qui che scattano la noia e l’impazienza. Dal punto di vista dell’“economia” della storia, una scena per avere senso di esistere dovrebbe almeno contenere delle informazioni utili a svelare il mondo o i personaggi, oppure descrivere eventi che facciano progredire la trama. Può essere utile domandarsi “se tolgo questa parte, cambia qualcosa?”. Se non cambia nulla e se la scena è pesante o noiosa, una bella sforbiciata può essere salutare.

 Z= Zelo (avere poco) – seppure all’ultimo posto (e con un certo giro di parole per far combaciare il tutto con la Z), questo credo che sia uno degli elementi fondamentali da tenere in considerazione per chi vuole avvicinarsi alla scrittura. Lo zelo. La pazienza. La perseveranza. L’impegno. Scrivere è una cosa che si può fare benissimo per hobby o per divertimento, ma se si vuole prenderla sul serio e provare ad arrivare da qualche parte, allora occorre costanza. Occorre rimboccarsi le maniche, studiare, leggere, scrivere, riscrivere, e poi scrivere di nuovo. Occorre saper accettare le critiche, anche quando ci sembrano troppo dure, e rifletterci sopra. E poi non scoraggiarsi, anche se si fallisce, e pensare sempre che quello che abbiamo scritto oggi può essere buono o cattivo, ma di sicuro, quello che scriveremo domani saràmigliore.

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Autrice ospite: Tanja Sartori

Tanja Sartori è nata sulle rive del Po nel lontano 1980. Diplomata in Ragioneria, ha poi seguito gli studi umanistici nella speranza di entrare nello sfavillante mondo dell’editoria. Freelance e principalmente autodidatta, ha provato a fare un po’ di tutto: autrice, correttrice di bozze, editor, traduttrice, web designer, per approdare poi all’impaginazione e alla formattazione di ebook. Perennemente in dissociazione d’identità e costante mutamento, le sue personalità multiple sono per il momento confluite in un progetto bilingue che porta il nome di Wade Books (www.wadebooks.com). Appassionata di horror e fantastico, libri, serie TV, film, manga, mitologia, esoterismo e storia antica, sogna di poter scappare tra le montagne con una persona speciale.
Su Altrisogni ha pubblicato il racconto “La stanza di Miku” (Altrisogni n.2) e “Hikikomori” (Altrisogni n.3), mentre “Black Out”, finalista al concorso Nel buio, è presente nell’antologiaNel buio (dbooks.it, 2011).

da Altri Sogni

I FANTASMI DI MONTAGUE RHODES JAMES – di Gian Filippo Pizzo

I FANTASMI DI MONTAGUE RHODES JAMES

La Guida alla letteratura horror diWalter Catalano, Roberto Chiavini, Gian Filippo Pizzo e Michele Tetro (Odoya Edizioni, 2014) comprende 107 voci – forzatamente non molto estese – dedicate agli autori, 6 regionali (sugli scrittori che non hanno potuto avere un’entrata singola, raggruppati per lingua o nazione) e 7 sulle figure classiche, oltre a numerosi box tematici di approfondimento.
Quella che segue è una delle voci sugli autori.

Montague Rhodes James è considerato il più importante scrittore di storie di fantasmi unitamente a Charles Dickens, ma per l’aspetto che ci interessa gli è superiore, in quanto i suoi racconti sono più inquietanti, pieni di tensione e di senso dell’ignoto, sebbene come in quelli dickensiani vi sia un’importante componente che riguarda la descrizione di luoghi e di abitudini tipicamente britanniche. Cosa che lo fa accostare, considerando ovviamente il cambiamento di epoca, a scrittori più moderni come il fantascientifico John Wyndham e la giallista Agatha Christie, altrettanto specializzati nel descrivere lo stesso tipo di ambiente, le consuetudini della middle class inglese. Sua caratteristica è quella di non forzare mai le descrizioni più terrorizzanti ma di lasciare che l’orrore si insinui lentamente nel lettore, con uno stile che gli è stato riconosciuto ed è servito da esempio a tutti gli autori successivi, da Lovecraft a Stephen King. I suoi protagonisti sono generalmente rappresentanti delle classi più agiate – nobili, religiosi, eruditi studiosi o giovani ricercatori, antiquari, turisti o, a volte, i loro domestici – che si muovono in contesti rassicuranti come tranquille case di campagna o chiese, villaggi o antiche università (e persino campi da golf), che però a volte perdono completamente la loro serenità e rivelano il lato oscuro, sotto forma di creature spettrali. Le quali, a loro volta, non sono gli spiriti eterei narrati da Dickens o da Wilde ma creature concrete, tangibili e spesso ripugnanti, accompagnate da odori disgustosi e perdite di umori, dall’aspetto indecifrabile ma assolutamente corporee e in grado di fare del male, che possono manifestarsi anche in pieno giorno. Molti dei racconti prendono l’avvio da un oggetto: una lapide, un dipinto, un vecchio manoscritto, e questo è ovviamente un riflesso del mestiere di James, che era un archeologo e un medievalista (insegnava all’Università di Cambridge, al King’s College, di cui fu anche preside e poi rettore) ma anche filologo, teologo, catalogatore di manoscritti e traduttore dal tedesco (in particolare di Hans Christian Andersen).

James scrisse esattamente 41 racconti di fantasmi, raccolti in quattro antologie di cui la prima e la più considerata è Ghost Stories of an Antiquary (1904), che si apriva con “L’album del canonico Alberico” (“Canon Alberick’s Scrap Book”), suo primissimo racconto pubblicato nel 1894 sulla National Review. In Italia arrivò solo nel 1960 grazie a quattro racconti inseriti da Fruttero e Lucentini nella loro celebre antologia Racconti di fantasmi ma suscitò subito grande interesse e Bompiani nel 1967 nella meritoria collana Il Pesanervigli dedicò un volume con una scelta di racconti selezionati da The Collected Ghost Stories of M.R. James (1931), introdotta entusiasticamente da Dino Buzzati, Cuori strappati. Per avere un’edizione completa bisognerà aspettare le edizioni Theoria, mentre la Newton & Compton, che pure ha pubblicato un volume di Tutti i racconti in realtà ne ha collazionati solo 31. E’ comunque difficile stabilire una gerarchia tra i vari racconti e individuare i più validi, tra i più famosi ci sono: “Il Conte Magnus” (“Count Magnus”, 1904), una variazione sul tema del vampirismo che Lovecraft definì «una vera miniera ricchissima di suspense e suggestione»; “L’incantesimo delle rune” (“Casting the Runes”, 1911), che fu trasposto nel film La notte del demonio di Jacques Tourneur (1957, la migliore tra le pellicole ispirare ai racconti di James); “La mezzatinta” (o “L’acquaforte”, “The Mezzotint”, 1904), con un quadro raffigurante una villa signorile, in cui col passare delle ore nuove figure compaiono sulla tela, raffigurando una storia che richiede una vendetta; e ancora “Cuori strappati” (“Lost Hearts”, 1904: un ragazzino va a vivere da un eccentrico zio, ignorando che costui ha già sacrificato altri due ragazzi per i suoi misteriosi esperimenti), “Il frassino” (“The Ash Tree”, 1904), “La casa stregata delle bambole” (“The Haunted Doll’s House”, 1923, che risucchia al suo interno gli ignari osservatori), “La stanza n. 13″ (“Number 13″, 1904: una camera d’albergo che cambia dimensioni). E poi tutti i racconti ambientati in luoghi sacri: nel “Tesoro dell’abate Thomas” (“The Treasure of Abbot Thomas”, 1904) c’è un’iscrizione nascosta nella vetrata di una chiesa che porta ad un tesoro custodito da un demone in un pozzo; in “Gli stalli della Cattedrale di Barchester” (“The Stalls of Barchester Cathedral”, 1910) una strana scultura si anima per vendicare l’omicidio di un diacono; in “Fischia e verrò da te, ragazzo mio” (“Oh, Wistle and I Will Come My Lad, 1904), che prende titolo e spunto da una vecchia ballata cinquecentesca, c’è l’orrore dovuto a un antico fischietto trovato fra le rovine di una chiesa appartenuta ai Templari; in “Un episodio della storia di una cattedrale” (“An Episode of Cathedral History”, 1914) si scopre una antica tomba abitata da un mostro che diffonde terrore e malattie; in “L’album del canonico Alberico” un turista in visita alla chiesa di Saint-Bertrand-de-Comminges, ai piedi dei Pirenei, si imbatte in un antico manoscritto che il canonico ha ricavato dai vecchi libri della biblioteca e che non ha mai abbandonato. Da notare anche che James amava molto cambiare il modo di esporre le vicende, passando dal racconto epistolare al diario, dalla narrazione in prima persona al resoconto di atti processuali. Dunque un’estrema varietà di spunti e di stili, da parte di questo erudito gentiluomo che forse mai si sarebbe aspettato di passare alla storia per la sua narrativa, che firmava pudicamente solo con le iniziali M. R.

BIBLIOGRAFIA ITALIANA ESSENZIALE

–                    Tutti i racconti, Theoria 1989, 1997;

–                    Cuori strappati, Bompiani 1990;

–                    Tutti i racconti di fantasmi, Newton & Compton 2008;

–                    Tutti i racconti (2 v.), Bonnard 2009.

Gian Filippo Pizzo

da La Zona Morta

AUTORI MINORI DEL GOTICO AMERICANO – di Gian Filippo Pizzo

AUTORI MINORI DEL GOTICO AMERICANO

di Gian Filippo Pizzo

Pizzo-Horror

La «Guida alla letteratura horror» (di Walter Catalano, Roberto Chiavini, Gian Filippo Pizzo e Michele Tetro (Odoya Edizioni, 2014) comprende 107 voci dedicate agli autori, 6 regionali (sugli scrittori che non hanno potuto avere un’entrata singola, raggruppati per lingua o nazione) e 7 sulle figure classiche, oltre a numerosi box tematici di approfondimento. Quella che segue è la voce dedicata agli Stati Uniti.

Se Charles Brockden Brown è stato il fondatore della letteratura statunitense, fu anche colui che iniziò la modernizzazione e l’americanizzazione del genere gotico, e in effetti – secondo il noto critico Leslie Fiedler – la narrativa americana non poteva che svilupparsi da quella “nera” inglese. Sono in America i giganti dell’horror: Poe nell’Ottocento, Lovecraft nella prima parte e Stephen King nella seconda metà del Novecento, e tanti altri dei 105 autori presenti in questa rassegna sono americani. Eppure l’elenco non è per niente esaustivo e altri ancora meritano almeno una citazione. Possiamo cominciare con Washington Irving (1783-1859), uno dei grandi della prima narrativa americana, inventore del soprannome “Gotham” attribuito a New York (utilizzato in particolare nei fumetti di Batman), cui si devono diversi racconti orrorifici, da “Lo sposo fantasma” (“The Specter Bridegroom”, 1820) a “Il Diavolo e Tom Walker” (“The Devil and Tom Walker”, 1824), da “Dolph Heyliger” (1822) a “La leggenda di Sleepy Hollow” (“The Legend of Sleepy Hollow”, 1819), ben noto per la riduzione filmica Il mistero di Sleepy Hollow di Tim Burton (1999). Jack London (1876-1916) non fu solo il cantore della vita selvaggia ma gli si devono opere appartenenti un po’ a tutti quelli che oggi si definiscono generi. Per il gotico, assieme a molti racconti ancora inediti (ad esempio “The Leopard Man’s” del 1903 e “The Francis Spaight” del 1905) citiamo il fanta-horror “Il rosso” (“The Red One”, 1918), con lo scontro con una creatura aliena in una foresta tropcale, “Le mille e una morte” (“A Thousand Deaths”, 1899) e “Chi ci crede ai fantasmi?” (“Who Believes in Ghosts?”, 1895), oltre al romanzo catastrofico La peste scarlatta (1915), dove un’epidemia provoca il crollo della civiltà lasciando i pochi superstiti in balia degli istinti primordiali. F[rancis] Marion Crawford (1854-1909) è citato a proposito di vampiri e fantasmi, ma gli si deve molto di più: il romanzo La strega di Praga(1891) e diversi racconti tra i quali “Il fantasma della bambola” (“The Doll’s Ghost”) e “Il teschio che urla” (“The Screaming Skull”, 1908), presenti assieme ad altri nella raccolta La cuccetta superiore e altri racconti. Charlotte Perkins Gilman (1860 -1935), femminista utopista e conferenziere, scrisse un classico della narrativa al femminile con il delirante La tappezzeria gialla (1890), concepito dopo una crisi di depressione post partum e che rientra nel nostro discorso perché racconta l’angoscia di una donna rinchiusa per motivi di salute per tre mesi in una stanza tutta gialla, colore che la protagonista finirà per odiare. Di Edward Lucas White (1866-1934) conoscevamo solo due racconti, peraltro notevoli e più volte ristampati, “Lukundu” (“Lukundoo”, 1925) e “La casa dell’incubo” (“The House of the Nightmare”, 1906), dunque dobbiamo essere grati alla piccola casa editrice Dagon Press di Pietro Guarriello che nel 2011 ha dato alle stampe Luckundoo e altre storie, permettendoci di conoscere a fondo questo scrittore eclettico i cui racconti possono essere di volta in volta accostati a quelli di Lord Dunsany come di Edgar Poe, di H. Rider Haggard come di Jean Ray, diBierce o di Hodgson. E. Hoffman Price (1898-1988), amico e collaboratore di Lovecraft, pubblicò molto su Weird Tales, ma i suoi racconti – tra i quali ricordiamo in particolare “La Sfinge grigia” (“Gray Sphinx”, 1975), “Apprendista stregone” (“Apprentice Magician”, 1939) e “La ragazza di Samarcanda” (“The Girl from Samarcand”, 1929) in Italia sono dispersi in antologie, soprattutto quelle dedicate a Weird Tales e ai Miti di Cthulhu. Un altro assiduo del mitico pulp fu Frank Belknap Long, ma di lui diciamo meglio altrove, in particolare a proposito del Circolo Lovecraft. Anche Carl [Richard] Jacobi (1908-1997) è stato collaboratore di svariate riviste pulp ma in particolare proprio diWeird Tales con numerose storie poi raccolte in tre antologie pubblicate dalla Arkham House dal 1947 al 1964 e mai tradotte in Italia, dove sono però uscite due antologie comprendenti il meglio della sua produzione anche successiva, Rivelazioni in nero e Ritratti al chiaro di luna, che comprendono chicche come i lovecraftiani “L’acquario” (“The Aquarium”, 1962) e “La porta del corvo” (“The Corbie Door”, 1947), un classico sul tema delle infestazioni come “Cose spiacevoli a Carver House” (“The Unpleasantness at Carver House”, 1967), il notevole “Matthew South & Co.” (1949) sulla problematica del Doppelgänger, eccetera. Charles G. Finney (1905-1984) è l’autore di un libro di culto, Il circo del dottor Lao (1935), irriverente e immaginifico, per la verità più fantastico che horror, ma che possiamo tenere presente per l’impatto che le mitologiche creature del circo in questione hanno sulla popolazione della cittadina che lo ospita. Russell Kirk (1918-1994) è stato molto noto come politologo conservatore ma ha anche avuto un’attività letteraria (tre romanzi e ventidue racconti tutti di genere fantastico-orrorifico) poco nota da noi, ma il suo racconto migliore, “C’è una lunga, lunga strada tortuosa” (“There’s a Long, Long Trail A-Winding”, 1976) è apparso almeno sette volte in altrettante antologie. Tom Tryon (1926-1991), attore hollywoodiano e di telefilm (interprete principale di Ho sposato un mostro venuto dallo spazio, 1957), dopo aver visto Rosemary’s Babydecise di lasciare la recitazione e dedicarsi alla scrittura, dando alle stampe una serie di libri di successo, firmati come Thomas Tryon, tra i quali ci interessano soprattutto L’altro (1971) e La festa del raccolto (1973), il primo una raffinata storia di fantasmi di impianto classico che inserisce nella vicenda anche il tema del doppio e la schizofrenia, il secondo una anticipazione del kinghiano “I figli del grano”, che come quel racconto parla di una comunità isolata e tradizionalista in cui il folklore nasconde terrificanti riti pagani.

Passiamo ai contemporanei. Michael Bishop (1945-) è più noto per la fantascienza, ma ha scritto un romanzo che sebbene in maniera soft rientra nel genere ed è talmente bello da non poter essere tralasciato. Fragili stagioni (1994) è una sorta di seguito di Frankenstein: la Creatura è sopravvissuta ai secoli, è diventata colta e raffinata, e nel 1943 si trova in America a giocare in una serie minore di baseball, con i compagni che lo guardano con sospetto… Dello stesso autore è da segnalare Who made Steve Crye? (1984), definito una “metafiction” soprannaturale, che aspetta ancora un’edizione italiana. Nancy Kilpatrick (1946-), poi naturalizzata canadese, è autrice di una saga vampirica adult fantasy detta Ciclo del Potere e del Sangue, iniziato con La notte dei vampiri del 1996 e giunto nel 2000 alla quarta puntata con Gli amori del vampiro. Si tratta di romanzi in cui viene ripristinata la figura del vampiro come essere malvagio e succhiasangue, ma dall’erotismo piuttosto spinto, che l’autrice addirittura esaspera nella serie Darker Passions – inedita in Italia – in cui rivisita in chiave decisamente sessuale classici quali Dracula, Carmilla, Dr. Jekyll e Frankenstein. Barbara Hambly (1951-), conosciuta nel nostro Paese per alcuni romanzi fantasy, ha scritto anche una quadrilogia sui vampiri di cui è arrivato solo il primo, Cacciatori delle tenebre del 1988, vincitore del premio Locus quale miglior romanzo horror dell’anno (mentre l’immediato sequel Traveling With The Dead del 1995 si aggiudicò il premio Lord Ruthven). A David Niall Wilson (1959-) si deve Il Vangelo della Maddalena (1999), che mescola abilmente finzione e tradizione religiosa (basata sull’apocrifoVangelo di Giuda) raccontandoci una storia parallela della vita di Maria Maddalena, qui non redenta da Gesù ma vittima del Diavolo e condannata a essere dannata, che alla fine saprà sacrificarsi per la salvezza dell’Uomo ottenendo la salvazione. Bret Easton Ellis (1964-) è famoso per i suoi noir violenti e realistici, ma almeno due rientrano anche nel nostro discorso: American Psycho (1991) eLunar Park (2005). Il primo è la storia di uno yuppie che la notte diventa un torturatore pluriomicida: ne fu tratto nel 2000 il film omonimo (diretto da Mary Harron) che elimina la satira e lo humour nero presenti nel libro. Il secondo è un pastiche semi-autobiografico che mescola personaggi reali e fittizi e racconta di uno scrittore che scrive di fantasmi e avvenimenti soprannaturali, di nome Bret Easton Ellis: l’identità tra autore e personaggio più che confondere il lettore finisce per coinvolgerlo in quella che, tutto sommato, è una indagine sul rapporto tra genitori e figli. Brian Keene (1967-) è l’ultimo arrivato in Italia con il romanzo I vermi conquistatori (2006), sebbene avesse al suo attivo il premio Bram Stoker nel 2003 per The Rising (e un altro precedente per la saggistica). I vermi conquistatori, ottimamente scritto con uno stile che fa partecipare il lettore alle scoperte del protagonista, è un romanzo post apocalittico narrato in prima persona che descrive la conquista della Terra da parte di vermi e lombrichi anche di grandi dimensioni. Finiamo con una “strana” coppia, quella formata da Chuck Hogan (1968-), lo scrittore de Il principe dei ladri, e Guillermo del Toro (1964-), il regista de Il labirinto del Fauno (2006): i due hanno scritto una trilogia composta daLa progenie (2009), La caduta (2010) e Notte eterna (2011), diventata una serie televisiva di successo negli U.S.A., The Strain. La storia, condotta inizialmente con i ritmi di un police procedural, è quella di un misterioso morbo di origine soprannaturale che uccide o trasforma gli uomini in esseri a metà tra vampiri e zombi

Bibliografia italiana essenziale:

Washington Irving, Racconti fantastici, Donzelli 2003; Il mistero di Sleepy Hollow e altri racconti, Newton & Compton 2011; Dolph Heyliger, Solfanelli 1989; Jack London, La peste scarlatta (The Scarlet Plague), Adelphi 2009; Le mille e una morte (A Thousand Deaths), Adelphi 2006; F. Marion Crawford,La cuccetta superiore e altri racconti, Polistampa 1998; La strega di Praga (The Witch of Prague: A Fantastic Tale), Garden Editoriale 1991; Charlotte Perkins Gilman, La carta da parati gialla (The Yellow Wallpaper), La Vita Felice 2011; Edward Lucas White, Luckundoo e altre storie, Dagon Press 2011; Carl Jacobi, Rivelazioni in nero, Dagon Press 2010; Ritratti al chiaro di luna, Dagon Press 2010; Charles G. Finney, Il circo del dottor Lao (The Circus of Dr. Lao), Meridiano Zero 2013; Thomas Tryon,L’altro (The Other), Mondadori 1973; La festa del raccolto (Harvest Home), Mondadori 1979; Michael Bishop, Fragili stagioni (Brittle Innings), Fanucci 1995; Nancy Kilpatrick, La notte dei vampiri (Child of the Night), Newton & Compton 2005; Gli amori del vampiro (Bloodlover), Newton & Compton 2009; Barbara Hambly, Cacciatori delle tenebre (Those Who Hunt the Night), Nord 1991; David Niall Wilson, Il Vangelo della Maddalena (This is My Blood), Gargoyle 2006; Bret Easton Ellis, American Psycho, Einaudi 2005; Lunar Park, Einaudi 2007; Brian Keene, I vermi conquistatori (The Conqueror Worms), Edizioni XII 2011; Urania Mondadori 2014; Chuck Hogan e Guillermo del Toro, La progenie(The Strain), Mondadori 2011; La caduta (The Fall), Mondadori 2011; Notte eterna (Night Eternal), Mondadori 2012.

da La bottega del Barbieri

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