Intervista a Francesco Grasso – di Gian Filippo Pizzo

FRANCESCO GRASSO

CIAO FRANCESCO, TU HAI INIZIATO LA TUA ATTIVITÀ DI NARRATORE CON “AI DUE LATI DEL MURO”, CHE NEL 1992 VINSE IL “PREMIO URANIA”, CHE AVRESTI RIVINTO (UNO DEI POCHISSIMI A VINCERLO DUE VOLTE) NEL 2000 CON “2038: LA RIVOLTA”. NEL PRIMO CASO SI TRATTAVA DI UN ROMANZO A SFONDO SCIENTIFICO, CON QUALCHE AGGANCIO AL CYBERPUNK, CHE RISPECCHIAVA I TUOI STUDI E LA TUA ATTIVITÀ DI INGEGNERE ELETTRONICO. CE NE VUOI RACCONTARE LA GENESI?

“Genesi” mi sembra un termine adeguato, visto che si tratta di un libro che risale alla notte dei tempi. Sinceramente di quell’opera e di quel periodo mi ricordo pochissimo, se non che ero un ventenne dal fisico asciutto e dalla chioma fluente, ahimè!

Certo, il fatto che mi fossi appena laureato in ingegneria elettronica deve aver contribuito alla scelta dei temi del romanzo. Non so se Ai due lati del muro rientrasse nel genere cyberpunk. Dipende dalle definizioni, che per altro io aborrisco. Di certo non volevo imitare William Gibson (non volevo in quel frangente, altrove invece l’ho parodiato eccome!), semmai riportare alcune sue atmosfere sul suolo italiano. Il romanzo, peraltro, era palesemente in anticipo sui tempi: per dirne una, trattava di realtà virtuale senza però usare quel termine, giacché all’epoca non era ancora di moda. Conteneva idee e concetti (mondi simulati, immersione nel software, programmi-prigione, ricondizionamento mentale) che si sarebbero poi sedimentati nell’immaginario collettivo anche grazie a noti blockbuster come ad esempio Matrix.

Oggi non raccomanderei la lettura de Ai due lati del muro, se non come esercizio di saudade. Gli eventi lo hanno rincorso e superato, come capita a molta science fiction. In questi casi, per consolare gli autori, si dice “ci hanno azzeccato”. Ecco.

IL SECONDO ROMANZO, CHE TU AVEVI INTITOLATO “MASANIELLO È TORNATO”, AVEVA INVECE UNO SCENARIO MOLTO DIVERSO, DECISAMENTE SOCIALE E POLITICO, CON LA DESCRIZIONE DI UNA LOTTA CONTRO LA DITTATURA E UN PERSONAGGIO CHE SI FA CHIAMARE MASANIELLO E CHE, OLTRE A RICORDARE IL RIVOLUZIONARIO DEL SEICENTO, SEMBRA ADDIRITTURA ANTICIPARE IL PROTAGONISTA DEL FILM “V PER VENDETTA”. INOLTRE IL ROMANZO È AMBIENTATO A NAPOLI – COME SI CAPISCE DAL TITOLO CHE AVEVI SCELTO – CITTÀ NELLA QUALE ALLORA RISIEDEVI. CI SPIEGHI COME E PERCHÉ TI È VENUTA L’IDEA SIA DELLA TRAMA CHE DELLA LOCATION, SICURAMENTE NON ABITUALE ALMENO NEL CAMPO DELLA FANTASCIENZA?

Non sei il primo che accosta Masaniello (il protagonista del mio romanzo, non il Tommaso Aniello seicentesco) al tenebroso giustiziere di V per Vendetta. Mi sento di precisare che scrissi il romanzo prima di leggere la graphic novel di Alan Moore e David Lloyd. Lo so, quando sei sincero non ti crede nessuno. Pazienza…

All’epoca vivevo a Napoli, precisamente a Pozzuoli. Dal terrazzo di casa scorgevo a sinistra Capri e a destra Ischia. Trovavo quei luoghi meravigliosamente letterari. Non solo io: nei secoli il Golfo e il Vesuvio avevano ispirato poeti e narratori di ogni genere, ma non di fantascienza. Decisi che dovevo porre rimedio. Anche se poi, in fase di editing, dalla redazione di Urania arrivò il diktat di stralciare da titolo e copertina ogni riferimento alla città partenopea, con la motivazione (?) che altrimenti il libro non avrebbe venduto.

Piccolo aneddoto: buona parte dei personaggi del romanzo sono giornalisti de Il Mattino di Napoli, e parecchie scene sono ambientate nella redazione di via Chiatamone. Quando il libro uscì, per i reporter di quella testata fu una vera sorpresa. Ricordo che pubblicarono in prima pagina un articolo con strillo “Il Mattino protagonista di un romanzo di fantascienza!”.

Certo, in quel romanzo c’è parecchia politica. Ma erano gli anni in cui le parole “lotta di classe”, “libertà” ed “emancipazione” serbavano ancora un senso. Oggi sono desuete: se provate a pronunciare “impegno sociale” dinanzi a un teenager, probabilmente costui capirà “spendere molto tempo su Facebook”. È il progresso, dicono.

DOPO QUESTI DUE ROMANZI E ANCHE UNA PAUSA PIUTTOSTO LUNGA HAI PERÒ ABBANDONATO LA SCIENCE FICTION, ALMENO A LIVELLO DI OPERE DI LARGO RESPIRO (INVECE CON I RACCONTI HAI CONTINUATO, PUBBLICANDONE DIVERSI SU NUMEROSE ANTOLOGIE) E HAI PREFERITO SCRIVERE OPERE DI ALTRO GENERE, SOPRATTUTTO STORICHE MA CON ANCHE UNA CERTA ATTENZIONE PER IL MARE. COME MAI? ERI RIMASTO A CORTO DI IDEE, OPPURE PENSAVI CHE LA FANTASCIENZA AVESSE ORMAI PERSO LE SUE POTENZIALITÀ? O SEMPLICEMENTE PER VARIARE?

Nel 2000 mi concessi la “pausa piuttosto lunga” che citi non per carenza d’idee (sic!), ma semplicemente perché divenni padre di Alice, e poi di Andrea. Negli anni in cui due chiassosi e infaticabili ninja spadroneggiavano in casa, a tutto potevo pensare fuorché a scrivere opere di largo respiro. Ho potuto rimettermi alla tastiera quando i suddetti ninja hanno compiuto il decennio e sono diventati fin troppo autonomi (infatti ormai nemmeno fingono di starmi a sentire).

Per quanto riguarda il romanzo storico, in realtà non lo trovo così distante dalla science fiction. Anzitutto adoro il loro connubio, vale a dire l’ucronia, e mi ci sono cimentato in numerosi racconti. Più in generale, non amo gli schematismi e la rigida classificazione della narrativa in generi. Secondo me i romanzi si dividono in due categorie: quelli ben scritti e quelli illeggibili. Il resto è noia.

Riguardo all’attenzione per il mare… Non so, sei il primo che mi fa notare questo aspetto, non ci avevo mai riflettuto. Più che il mare, però, direi che al centro di tutti i miei romanzi storici c’è sempre e comunque un’isola, quella Sicilia di cui sono figlio.

DICI BENE RIGUARDO AGLI SCHEMATISMI E ALLA DIVISIONE IN GENERI: QUELLO CHE CONTA È LA SCRITTURA E SONO D’ACCORDO CON TE. PERÒ È UN FATTO CHE NON HAI PIÙ ADOTTATO TRAME FANTASCIENTIFICHE NEI ROMANZI, QUINDI RIGIRO LA DOMANDA: FORSE NON TI INTERESSA PIÙ LA SPECULAZIONE SUL FUTURO O LA RIFLESSIONE SUL PRESENTE PROIETTATA SUL DOMANI, CHE SONO TIPICHE DELLA SCIENCE FICTION?

Ti rassicuro: la speculazione su ciò che ci aspetta mi interessa ancora moltissimo. E ribadisco: come autore non mi sono allontanato dalla science fiction, e meno che mai l’ho fatto come lettore o fruitore del grande schermo. Del resto sai bene che in questi anni ho scritto una moltitudine di racconti ambientati nel futuro o comunque proiettati sul domani, come dici. Ne ho giusto terminato uno la settimana scorsa, ed è di purissima space opera. Visto che rigiri la domanda, io rigiro la risposta: voi fantascientisti non vi libererete così facilmente di me!

UNA DELLE COSE CHE IO PERSONALMENTE APPREZZO DI PIÙ NELLA TUA NARRATIVA È LA TUA CAPACITÀ DI ADOTTARE STRUTTURE DIFFERENTI A SECONDA DELLA STORIA CHE RACCONTI. PER ESEMPIO NE “IL MATEMATICO CHE SFIDÒ ROMA”, ROMANZO CHE RACCONTA EPISODI IMMAGINARI DELLA VITA DI ARCHIMEDE ATTRAVERSO LE VICENDE DI UN SUO SERVO, ADOPERI LA “NARRAZIONE ALTERNATA” IN CUI VEDIAMO IL SERVO PRIMA RAGAZZINO E POI ADULTO IN CAPITOLI CHE SI AVVICENDANO. INVECE NEL ROMANZO CHE PRESENTIAMO ORA HAI USATO LO STILE EPISTOLARE. COME ARRIVI A QUESTE SCELTE E QUANTO STUDIO C’È DIETRO?

Intanto ti ringrazio per l’apprezzamento. Non amo particolarmente disquisire di tecniche narrative, anzi trovo l’argomento piuttosto tediante. Credo che l’unica tecnica da raccomandare, e che personalmente tento sempre di seguire, sia scrivere nel modo più trasparente possibile, in modo da mostrare ai lettori le vicende narrate e non la mano del narratore.

Riguardo alle due linee temporali alternate de Il matematico che sfidò Roma, in realtà non credevo di aver azzardato nulla di così sperimentale: ben altri scrittori hanno usato questa tecnica prima di me. Ciò nonostante, ho ricevuto numerose critiche e commenti del genere “Non si riesce a seguire la trama”, “I salti temporali confondono”, o addirittura “I capitoli sembrano impaginati malamente”. Mi domando cosa queste fragili e delicate persone avranno pensato, ad esempio, del film Cloud Atlas, dove le linee temporali intrecciate sono addirittura 6!

SEMPRE IN “1908 LA NOTTE DEL TERREMOTO”, C’È A MIO PARERE UNA BELLA DESCRIZIONE DELLA MENTALITÀ SICILIANA VISTA DA UN MARINAIO RUSSO DEI PRIMI DEL NOVECENTO. IL CONTRASTO DI CULTURE CHE NE EMERGE È DOVUTO ANCHE AL FATTO CHE TU PERSONALMENTE HAI AVUTO ESPERIENZE SIMILI, ESSENDO NATO A MESSINA E AVENDO VISSUTO PRIMA A NAPOLI E ORA A ROMA?

È d’uopo un piccolo aneddoto: diversi anni fa io ho vissuto realmente, e in modo piuttosto fortuito, la singolare esperienza di attraccare al porto di Messina a bordo di un due alberi battente bandiera dell’ex URSS, e di dover illustrare ai marinai di quel veliero (per la precisione non russi, bensì ucraini) la mentalità e la cultura siciliana, godendo di quel sorprendente e mirabile contrasto. Un’esperienza che ho poi narrato nel racconto lungo Enea (il titolo rispecchia il nome della nave su cui compii quel viaggio) pubblicato da Stampa Alternativa.

Senz’altro questo romanzo è debitore di Enea. L’eredità di quel racconto si nota nelle descrizioni della realtà siciliana (religiosità epidermica, superstizione neo-pagana e mafia comprese) per come appare agli straniti marinai russi, ma anche nei capitoli ambientati in Crimea e a Odessa. Città, quest’ultima, molto più vicina al nostro immaginario di quanto si possa pensare. Per dirne una, il monumento più importante di Odessa, il suo indiscusso simbolo architettonico, è immediatamente riconoscibile all’italiano-spettatore-televisivo-medio: si tratta infatti della celeberrima scalinata de La corazzata Potëmkin, resa immortale, nella nostra cultura nazional-popolare, dalla mitica scena del film Il secondo tragico Fantozzi.

ANCORA SUL ROMANZO CHE PRESENTIAMO OGGI, AL CENTRO DI TUTTO C’È IL TERREMOTO DI MESSINA DEL 1908. ESISTE NELLA POPOLAZIONE, A OLTRE UN SECOLO DI DISTANZA, UN’EREDITÀ DI QUEL TRAGICO FATTO?

L’estate scorsa, a Reggio Calabria, partecipavo a uno di quegli “incontri con l’autore” a cui, non so perché, ogni tanto m’invitano (probabilmente perché non conoscono il mio pessimo carattere, sic!). Dopo aver accennato alle ricerche sul terremoto del 1908 che avevo svolto per scrivere questo romanzo, lasciai la parola al pubblico per eventuali domande. Ebbene, praticamente tutti i presenti vollero portare testimonianze familiari della tragedia. Ognuno aveva un ricordo, la parola di un avo, un pensiero luttuoso, una memoria scritta da raccontare. Ne rimasi turbato. Sono passati più di cento anni, eppure in quei luoghi l’eco del cataclisma non si è mai sopito.

Mi colpì soprattutto, ricordo, la bizzarra “protesta” di un calabrese. Costui deplorò che studiosi e libri di Storia si riferissero alla catastrofe del 1908, invariabilmente, come al “Terremoto di Messina”. In realtà, disse, il sisma rase al suolo anche Reggio Calabria, perciò lo si dovrebbe chiamare “Terremoto di Reggio e Messina”.

Sull’altro lato dello Stretto ho trovato la medesima sensibilità, forse solo più istituzionalizzata. Per dire, sul lungomare di Messina sorge un monumento dedicato ai marinai russi che prestarono soccorso ai sopravvissuti nelle prime ore dopo la tragedia. Tutti i messinesi conoscono questo dettaglio storico e sono grati, nella memoria, a quei buoni samaritani giunti dall’est. Tuttavia, se si chiede agli stessi messinesi “Che ci faceva una flotta da guerra russa davanti a Messina, la notte del terremoto?”, nessuno sa rispondere. È proprio la domanda che funge da punto di partenza del mio romanzo.

PER FINIRE, TU LEGHI IN QUALCHE MODO IL TERREMOTO A DEI FATTI MISTERIOSI, A UNA LEGGENDA POPOLARE. È UNA LEGGENDA ANCORA VIVA OGGI?

La tradizione per cui la Madonna della Lettera protegge Messina è millenaria. È un mito che chiunque raggiunga la città siciliana via mare può scorgere, in concretezza, nella statua della Vergine che domina il porto. O nel nome di battesimo “Letterio”, ancora oggi molto diffuso tra le famiglie di Messina.

Da ragazzo, ricordo, conoscevo la leggenda per sommi capi. Ne parlavano gli anziani, i preti, la tradizione dialettale. Diciamo che l’accettavo come facente parte del background culturale della mia terra natia, al pari delle storie più o meno fantasiose sugli abissi marini esplorati da Colapesce, i miraggi della Fata Morgana, o la bizzarra “ubiquità garibaldina” (quella incongrua pretesa per cui ogni minuscola contrada di Calabria e Sicilia vanta almeno una casa e/o una locanda in cui “ha dormito Giuseppe Garibaldi”).

Da adulto, durante le ricerche che ho compiuto per scrivere questo romanzo, ho approfondito la leggenda. Scoprendo dettagli affascinanti, che ho tentato in qualche modo di inserire o almeno sintetizzare nella vicenda che ho narrato. Tra tutti, mi sono sembrati straordinari gli aneddoti relativi all’assedio di Messina durante la guerra dei Vespri e alla battaglia di Lepanto. Quest’ultimo, davvero sbalorditivo per riferimenti storici e intensità letteraria, meriterebbe un romanzo a sé.

Oggi… non so. Ho l’impressione che il mito della Signora velata abbia perduto, tra i giovani messinesi, il suo spiritualismo originario. Resiste in qualche modo nei suoi aspetti più oscuri, inquietanti e, appunto, romanzeschi. Perché il mistero, in fondo, ripaga sempre, come amano ripetere i tipi della redazione di Voyager (Rai 2), che due anni fa mi intervistarono sulla vicenda del 1908 e sugli enigmi connessi.

I collaboratori di Roberto Giacobbo, in effetti, in quell’occasione puntavano a sviscerare le connessioni, reali o presunte, tra il terremoto, le navi russe, gli esperimenti segreti di Nicola Tesla e i più recenti, e controversi, fenomeni elettromagnetici (a mio avviso millanterie) del paesino di Caronia.

A me, oggi, resta invece la domanda finale: “Perché la Madonna della Lettera, che secondo i messinesi li ha protetti nei secoli da guerre e pestilenze, non ha salvato la città dalla catastrofe del 1908?”.

Per conoscere la risposta, mi spiace, dovrete sfogliare il romanzo. Buona lettura.

GRAZIE FRANCESCO!

Gian Filippo Pizzo

da La Zona Morta